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Kapò-lavoro

Questo racconto è stato presentato al concorso "La paura fa 90 righe" (Livorno, 29/4/2013)

Come ogni mattino, da troppo tempo, sveglia presto per avere il tempo. Tempo per radersi. Tempo per la pillola. Tempo per preparare la colazione alla famiglia. Tempo. Quello che gli mancava, quello che gli sfuggiva ogni mese passato in trincea, quello che pretendeva senza limite il suo “datore” di lavoro. Datore? Im(prenditore), predatore? Prestatario di lavoro? Sì, prestatario meglio, suonava meglio, più dignitoso per lui stesso. “Come va?” “Non mi lamento, me la passo abbastanza bene col mio prestatario di lavoro”. Prestatario, proprio così, anche se sua moglie lo avrebbe chiamato volgarmente cravattaro, strozzino, usuraio, gran fijo de ’na mignotta. Romana, diretta, troppo. Non capiva. La necessità di mantenere una dignità borghese, un residuo di coscienza di classe. Di non essere nella fanga del ceto medio, sotto le sue sporche suola di “vecio” che sgobbava.

Eppure era vero: per il magro soldo che gli passava, il suo prestatario chiedeva tanto, tanto ancora, troppo, di più. “Lo sai bene, è la crisi, non ce n’è per nessuno. Vedi me, sempre al pezzo. No, non t’impegni abbastanza. Non credi nel progetto. Fa schifo quello che fai, rifallo”. Non c’erano sabati, domeniche, feste, feste comandate, orari. Ormai, come un fante ubriaco di fatica, sudore, merda, fumo, sangue. No, quello non c’era. Non usciva e sprizzava, allargandosi e perdendosi. Era, era una guerra, infinita, tediosa, ottusa, ma senza sangue. Siamo uomini o caporali? Nemmeno uomini, anche se i kaporali c’erano eccome. Risorse umane. Capitale umano. Materiale umano. Materiale. Come diceva? Commodity. “Che vuoi!? Il lavoro è diventato una commodìty”, con quel suo inglese finto da italianucolo tronfio, ignorante, pseudoefficientista. Che presta lavoro sotto forma di stipendiuccio ad una commodity ai comodi suoi. Lavoro contro vita. “Mi basta un’oncia” si diceva a Venezia con accento giudio.

Vita. Una parola grossa. Sopravvivere. Sottovivere sino a domani. “Si sta come, d'autunno, sugli alberi, le foglie.”, mai lo avrebbe pensato al liceo. Adesso invece gli era piombato il pensiero, rapace come quello, straziandogli l’esofago in un’artigliata stretta d’acciaio. In attesa. “Sono tempi difficili. Bisogna tagliare i costi, Esternalizzare”. Costi = commodity rimpiazzabile. Fuori, altrove, a costi tagliati. Se il costo della vita non s’adatta, allora bisogna trovare vite tagliate, compatibili, sostenibili. Insostenibili.

Non si poneva nemmeno la domanda di cosa mettersi: sapeva già cosa andava senza problemi. Camicia, cravatta, pantaloni stirati a coltello, blazer blu. Senza fronzoli, praticamente mimetico. Al capo ed al suo Kapò non piacevano gli eccentrici, volevano cose semplici, che non inquietassero i clienti. Conventional chic. Mancava solo l’uniforme in quel laogai open space dove la vita o l’inedia dipendevano da una responsabilità scaricata, da un capriccio, un malumore o sfiga. Gli piaceva schioccare le dita e dire “Sei fuori”, come in quelle trasmissioni di cuochi improbabili, e per il/la malcapitato/a non c’era nulla da fare.

Si era svegliato con un crampo terribile al polpaccio, una mossa sbagliata stirandosi al mattino e il dolore lo aveva trapassato senza pietà. Per fortuna conosceva la manovra dei calciatori, ma sapeva: stress accumulato. Con rapidi gesti aveva sciolto il muscolo imprecando a denti stretti, ma la tensione non gli era passata. O meglio, si era solo inabissata, come un mostro in agguato nel buio. Eppure aveva preso la benzo che quel mese gli spettava per dormire un sonno filato. Altrimenti si svegliava alle 4, alle 4,30 o alle 5 e stava poi con gli occhi sbarrati in attesa di riaddormentarsi. Era un sonno strano, ovattato, senza sogni. Dava la sensazione di essere in una ragnatela di qualche oscuro passaggio, ma almeno il corpo era riposato, tranquillo.

Non ci metteva molto per arrivare al lavoro, anzi ogni mattina aveva il privilegio di poterci andare a piedi. Passo dopo passo espandeva i polmoni nel mattino e quella era la sua ora d’aria prima d’infilarsi nel suo tunnel quotidiano. Avvertì un leggero tremore alla gamba sinistra, mentre camminava. “Non era quella del crampo”. Non rallentò, il tempo era calcolato e non poteva permettersi d’arrivare in ritardo. Altri sì, il capo sempre, ma lui no non poteva. “Battiamo la fiacca? Già non fai un cazzo e non so mica se duri” – la voce odiosa del commercialista dell’azienda risuonava nelle orecchie, maligna, fredda ed umida come uno spiffero sordo.

Una sensazione indefinita percorse le prime sette vertebre dal basso per dissolversi lungo il braccio sinistro. “Bastarda esofagite, eppure non ho mangiato troppo stamattina”. Si fermò un attimo per recuperare un leggero affanno. Per mesi s’era arrovellato, pensando di avere i sintomi precursori dell’infarto, temendo il peggio: la malattia, il licenziamento, la disoccupazione, l’onta di non aver saputo far fronte ai suoi doveri di padre di famiglia, la miseria più abbietta. La morte era dolorosa, ma più libera. Al prezzo dei suoi amori più cari, un’amara liberazione da questa lenta goccia cinese. Poi la diagnosi favorevole, il sollievo beffardo.

Niente, l’affanno restava quasi lo stesso, una sensazione di angina leggera al petto, un laccio sottile al collo. Non poteva fermarsi, non doveva, non c’era più tempo. Meglio mormorare qualche preghiera “abbi misericordia di noi” “Signore pietà” “è il mio pastore”. C’era di sicuro Lui che non lo abbandonava, Lui che c’era, sempre sottopelle, come un’epidurale. Non poteva, Oddio, non puoi! Madonna, mia, prega.

Il rumore di pale d’elicottero lo colpì come una leggera vertigine. Stava salendo di quota ed un soffio d’aria gli mosse i capelli, mentre le note elettroniche plasmavano il suo corpo. La luce arancio s’era accesa in cabina, le note della tromba di cavalleria si perdevano, i piccoli scout precedevano in formazione. Un carillon irreale come l’eroina gl’invadeva le vene. I peli si erano tutti drizzati, le tempie pulsavano adagio, distinte e inesorabili. Nausea, giramento e denti serrati gli facevano piegare le ginocchia. Un coro di donne lo sospingeva, quasi levitando, in avanti.

Con dolcezza le campane tubolari si stavano spegnendo mentre gli archi trillavano. Era nudo inginocchiato accanto ad un letto, il volto stirato sul cavalletto della disperazione. Ormai del tutto disarticolato non sapeva più che diceva, risucchiato dall’orrore. Un ultimo sforzo per non cadere appoggiandosi al palo di una sosta vietata. Lo afferra, contratto, ondeggiando. Ascolta il respiro che fila ancora teso attraverso la faringe, lo segue mentre sibila piano attraverso le nari. Sotto l’ascella gli scorre esitando un insetto.

”Appena in tempo, eh?! Per pochi secondi ce l’hai fatta. Ma non basta. Vai. Vai nel suo ufficio. Comunque ti fotte”. Che voleva? Che diceva? Cos’era quel sorriso omicida del Kapò? Perché? Non è vero. Non è possibile! Avanti, coraggio, andiamo a vedere. A passi misurati, di forza, termina il corridoio e bussa. Ogni tocco è un rintocco. Le risente, la pelle raggrinzita addosso, le labbra serrate all’attacco. Non c’è scampo, sono arrivate a prenderlo. Un rombo lontano attraversa la volta del cranio, “Avanti”. Una porta socchiusa, quel volto che spara ridendo vampe negli occhi.

Eccola! al primo squillo di trombe, la sua mano penetra il petto, liquido, languido, lascivo nel nulla e agguanta il cuore, svellendolo nel silenzio celeste. L’urlo di lei lo gela e lo squassa impalandolo sull’acuto trionfante. A brano a brano, nel tetanico fremito agonico,si lacera l’anima travolta dalla selvaggia nera cavalcata. Non c’è né luce né ombra. Piano, silente un fiore caldo sboccia sui pantaloni.

Pubblicato il 30/4/2013 alle 6.23 nella rubrica diario.

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