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E da Berlino arrivò l'ordine: “Perdete la partita”



Avvertenza: i fatti, nomi, circostanze, personaggi e dettagli citati in questo racconto sono di pura fantasia e non hanno nessuna attinenza con la realtà, anche quando eventualmente vi fossero casuali coincidenze. E' un racconto letterario e come tale va considerato, prodotto esclusivo della fantasia dell'autore e non attribuibile in modo diretto o indiretto a nessuna associazione, istituzione, gruppo pubblico o privato che sia.

 

 


 
 
Per Anita c'era qualcosa che non quagliava già nei primi minuti della seminfinale Italia-Germania 2012. A lei non interessava affatto il calcio, anzi era proprio nota nel suo ufficio per essere tra i pochissimi ad aver plaudito all'idea del presidente del Consiglio di chiudere gli stadi per alcuni anni. Si era guadagnata un paio d'occhiatacce e risolini, e aveva tirato dritto.
 
Ma quella sera doveva pure condividere con altri amici un rito sociale, di cui fanno anche parte i commenti di chi, almeno per quindici minuti, ha diritto a sentirsi il CT dell'Italia. Quando avanzò con finta sicurezza un “I tedeschi non sono convincenti”, fu subissata da un coro di “Ma che ne sai?” “Non vedi come dominano il gioco?” “Ma guarda, stanno sempre nella nostra metà campo”. La doppietta di Balotelli chiuse ogni altra discussione, ma non i suoi dubbi, che continuarono a lavorare come tarli durante la notte.
 
Arrivata nel suo ufficio al “Forte”, in un anonimo gruppo di palazzine disegnate in modo bislacco, cominciò a passare in rassegna le notizie di fonti aperte sui negoziati del vertice europeo di Bruxelles del 28 e del 29 giugno. I titoli che inneggiavano alla doppia vittoria del Super Mario sul campo di calcio e sui tavoli della diplomazia europea la misero istintivamente di malumore, come riusciva soltanto a fare il ripensare alla nuova sigla del suo servizio.
 
“AISE è proprio un nome da schifo, senza tradizione e senza carattere” - pensava Anita davanti al caffè della macchinetta. “Ma il genio che lo ha scelto, ci ha pensato che significa Association Internationale de la Savonnerie, de la Détergence et des Produits d'Entretien? Insomma saponi di Marsiglia e Mastro Lindo da cessi?”. Preferiva di gran lunga sia la vecchia sigla SISMI, ormai un brand affermato nel male e nel bene, sia il vecchio stemma, che ricordava con l'insistenza di un grillo parlante ai vari politici cialtroni che là fuori esisteva un mondo, anzi il mondo, da conoscere per decidere ed osare. Osare poi … parola desueta per troppa classe dirigente.
 
“Anita! Che è quella faccia? Guarda che ieri abbiamo vinto”
“Ah, ciao Nazario, ho visto anch'io la partita ...”
“Non dirmi; l'intellettualissima Anita che si degna. Allora oggi piove” - ribatteva con tono sfottente il direttore dell'Analisi.
“Che c'entra, è l'eccezione” - si schermì Anita. Giocavano al cane e al gatto, ma ormai si conoscevano da troppo tempo per non stimarsi, nonostante le stoccate. Si erano trovati subito antipatici, ma non al punto da non subire l'attrazione tra due stili e menti sinergicamente differenti. Il comandante Nazario, come lo chiamavano nella palazzina, era un lupo di mare presto dirottato a navigare tra appunti e riunioni. Amava andare al sodo, guardare la struttura delle cose e puntare dritto al risultato.
 
Anita lo esasperava perché partiva da dettagli insignificanti a prima vista, seguiva percorsi tra l'erratico ed il rapsodico e poi arrivava a conclusioni regolarmente spiazzanti. Avrebbe tanto voluto dire che si trattava di un epifenomeno uterino, ma ogni volta restava colpito dalla chiarezza e dalla logicità dei ragionamenti che sostenevano ipotesi e tesi.
 
“Allora?”
“C'è qualcosa che non mi quadra tanto nella partita, quanto nei racconti sul vertice europeo. Suonano falsi.”
“Bah, lascia perdere le tue brillanti intuizioni: in entrambi i casi abbiamo incassato il risultato.”
“E se fosse un risultato fasullo?”
“Ma va! Eppoi che vuol dire?”
“Significa un vero-falso risultato.”
“Hai visto troppi film; ciao”.
 
C'era troppo lavoro burocratico da sbrigare e poco tempo per verificare la sua ipotesi: due giorni dopo ci sarebbe stata la finale con la Spagna.
 
Nel non meno bizzarro edificio della Cancelleria a Berlino (battezzato con fulminante ironia dai prussiani “Waschmaschine”, la lavatrice) un'altra donna stava guardando non solo le schermate della stampa tedesca sui medesimi argomenti, ma si faceva commentare con rapidità anche i punti salienti della stampa italiana.
 
Il volto era provato dall'ennesima assurda maratona notturna brussellese, ma gli occhi mandavano lampi azzurri di soddisfazione, specialmente quando osservava alcune copertine e disegni scurrili sul tema del Würstel tedesco ficcato in spropositate terga germaniche o messo a paragone con il ben più virile e tosto italico salame. Avrebbe dovuto sentirsi offesa ed adirata, ma ci aveva fatto il callo dai tempi della Guerra Fredda quando come agit-prop del partito doveva commentare sino alla noia le insultanti caricature dei suoi nemici tedeschi capitalisti dell'Ovest. Figuriamoci quando il suo (ex)collega Berlusconi aveva fatto alcune delle sue uscite, der arme Kerl, poveretto.
 
“Ach! diese Italiener ...”, sospirò con un misto sornione di condiscendenza e simpatia. Questi italiani ... così volgari, simpatici, inconcludenti e inaffidabili”. Si rassettò il risvolto del tailleur blu di Prussia, quello che preferiva quando era in vena di concentrarsi prima di un altro scontro, e si lasciò portare da un'immagine che si formava nella mente.
 
“Aber der Mario ist anders, der ist schlau und organisiert”. Da un lato non le piaceva quest'uomo sfuggente, blindato, pseudoinglese e simile a qualche brillante dirigente comunista brezneviano. Dall'altro era intrigata da questo marziano, così poco italiano perché furbo e organizzato al tempo istesso. Se era un osso duro, bisognava lavorarlo per vie indirette. E almeno quella sera lei era riuscita a piazzare un colpo insidioso.
 
“Frau Kanzlerin, der Präsident der Bundesbank auf der gesicherte Telefonleitung”.
Le passarono sulla linea cifrata Jens Weidmann, il suo economista preferito ed eminenza grigia da tanti anni, ora paracadutato alla Buba per presidiare con mano ferma quel cruciale posto di comando nella guerra mondiale che infuriava.
“Na bravo Kasi!” disse Weidmann con tono asciutto e scherzoso, usando il soprannome tratto dal cognome da nubile che solo gl'intimi potevano permettersi. Brava, la Kasner cicciottella che aveva imbastito uno scherzo da prete cogliendo due piccioni con una fava. Tempo due giorni e due opinioni pubbliche sarebbero rimaste invischiate nella loro stessa colla. Poi passò a farle un quadro di situazione sull'andamento dei fronti monetari.
 
Finito di firmare l'ennesimo inutile faldone per presa conoscenza, Anita tornò a mettere a fuoco il suo malessere. Le caricature con Monti balotellizzato, per quanto elogiative nell'intento, non le piacevano nemmeno un po' per i collegamenti del tutto impropri che stabilivano tra calcio ed eurovertice. Sentiva puzza di PSYOPS, ma era come l'odore di un topo morto; lo senti ma non sai da dove viene. Pensò a cosa poteva fare. Far chiamare l'ufficiale di collegamento a Berlino? Sì, ci sarebbe voluto almeno un giorno e per ottenere quasi sicuramente una risposta del piffero.
 
Decise di giocarsela all'uscocca, come del resto bisogna sempre fare se si vuol quagliare in un paese finto informale ed arciburocratico. Attese di uscire dall'ufficio, guidò ad una decina di chilometri di distanza, tirò fuori un telefono e una prepagata per la bisogna e compose un numero 0049.
 
“Ciao Udoo, ti disturbo?”
“Anita? Che sorpresa?! Sei a Berlino?” - erano anni che Udo, brillante gossipparo dell'Express, era incapricciato di Anita e lo era ancor di più dall'ultima volta quando, irresistibile play boy germanico, era stato mandato in bianco doce doce dalla sinuosa napoletana.
“No, mio bello, purtroppo no, e sai quanto mi dispiace non essere con te.”
“Quatsch! Non contarmi balle e vai al sodo. Ti conosco abbastanza per sapere che quando fai la gatta morta, vuoi senz'altro qualcosa da me”.
“Sei ingiusto perché hai il dente un po' avvelenato con me. Io però non ci colpo, mein lieber Udo, sono cose che capitano. E forse … per una porta chiusa, si apre un portone”
“Ja, ja, sai sempre lisciare per il verso del pelo; insomma mi devi qualcosa la prossima volta. Allora, sputa il rospo”.
“Senti, a me questa nostra vittoria di calcio con voi non mi convince …”
“Allora dimmi tu, come ci avete comprato questa volta” - interruppe velenosamente Udo.
“Dai, non dire fesserie, siamo così indebitati che non abbiamo certo la grana per comprarvi la partita. Rispondimi invece ad una domanda semplice: quanto s'interessa Merkel al calcio?”
“Praticamente zero, se non quanto le torna utile per i sondaggi”.
“Quindi se aveste vinto, la sua popolarità sarebbe stata rafforzata?”
“Diciamo che sarebbe meno antipatica ad un po' di nostri concittadini”.
“E perché quando l'hanno inquadrata a fine partita, è rimasta così calma? Non era solo autocontrollo, era proprio indifferenza”.
“Senti Anita, mi pare psicoprofiling da talk show. Chiedimi qualcosa di concreto”.
“Bravo mio pikkolen tetesken, allora eccoti una domanda semplice, da carabiniere. Prima della partita Merkel si è incontrata con l'allenatore tedesco, quel Joachim Löw? E se sì, perché?”
“Che domanda strana! Du bist wirklich komisch.” - sorrise divertito il giornalista.
“Non c'è niente di comico, amico Fritz. Fammi avere l'informazione, e magari che cosa si sono detti e poi ti faccio capire due cose della Germania viste dal Vesuvio”.
 
Udo cominciò a fare un giro discreto di telefonate, così, col pretesto delle condoglianze per l'indigeribile sconfitta dei connazionali. E fece la prima scoperta. “E pensare che ha invitato apposta Löw la cena prima della partita e si è raccomandata così tanto con lui”! - gli aveva detto con asciutto umorismo per la vittoria dei Welschen italioti una segretaria alla rasoio Braun. Certo che con quella sconfitta la cancelliera doveva essersi pentita d'avergli già conferito un'onorificenza per meriti sportivi. In ogni caso l'incontro c'era stato ed era stato debitamente protocollato come “cena informale”, ma su cosa si fossero detti i due non risultava nulla.
 
E ci voleva proprio una cena per augurargli in bocca al lupo e raccomandarsi per una vittoria da farci bella figura? Francamente con tutte le gatte da pelare, Frau Merkel ne aveva di ben più grosse da gestire. Udo si mise a scavare più fondo nella vita nota e meno nota dell'allenatore, scoprendo che era pure un filantropo con una piccola ONG la quale aiutava il microsviluppo nei villaggi africani. I conti non è che fossero brillantissimi, però in tempi di crisi era davvero difficile convincere le persone anche ricche a non avere il braccino corto.
 
Gira che ti rigira, Udo sentiva che non stava cavando un ragno dal buco. Provò con l'approccio semidry. Visto l'indirizzo della Afrika Kleinhilfakzion (Microazione Africa) decise di arrivare con la sua Audi sotto l'ufficio dell'ONG e di telefonare di lì alla segreteria. “Hallo? AKHA am Apparat. Chi parla?” - voce pulita, ma senza esperienza, di una giovane signorina, quasi sicuramente una stagista presa per i buchi di ferie.
 
“Hallo? Qui redazione centrale Express, le posso passare il signor Udo Seidlitz? Cerca il signor Löw per una chiacchierata informale”. Un breve silenzio seguito da uno “Jaa, eine Moment, bitte” tra l'entusiasta e l'esitante. Ed erano davvero poche le ventiqualcosenni che non conoscevano il mitico Udo e che fossero totalmente immuni al glamour del giovane giornalista dall'occhio verdetorbido, la barba pseudomalrasata e il ciuffo “Bel Ami 3.0”.
 
“Un attimo che la collego con l'addetta stampa” “Grazie”
“Pronto Jutta? Scusa, spero di non disturbarti...”
“Udo? Che vuoi? Sono in vacanza e quando compari tu è sempre qualche cattiva notizia che sta planando. Eppoi lascia stare in pace Joachim, capirai che non è di buon umore e che ha bisogno di riprendersi anche lui”.
“Jutta sto preparando un articolo su sport e filantropia e mi pareva carino un box sull'ONG di Joachim in Africa e sulle cose che realizza nonostante la crisi. Sarebbe un tocco di buona immagine”.
“Hmmm, non è una cattiva idea, anzi. Ma il tempo è totalmente sbagliato per noi. Adesso la gente va in vacanza, non scuce un soldo e se ne infischia dei dolori del mondo. Ripassa a settembre e allora possiamo anche fare qualcosa di più sostanzioso” - fu lì che Udo scoccò la sua prima freccia.
“Certo, hai ragione Jutta, ma pensavo che, con i conti traballanti che avete, non m'immaginavo poteste fare tanto i difficili. Però Joachim è sempre stato uno di sangue freddo. Come vuoi e buona vacanza” - concluse con tono ilare e casual.
Una vipera pestata sulla coda sarebbe stata bradipica al confronto “Non t'azzardare Udo a mettere in giro voci sulla fondazione. I conti sono trasparenti, in ordine ed in attivo. E lo saranno ancora di più tra qualche mese”
“Ehi, non t'arrabbiare, mica ho detto che siete sull'orlo del fallimento, solo che l'attivo è stiracchiato di questi tempi. E chi è il cavaliere bianco, stavolta? La Continental?”
“Udo, vaffanculo e lasciami riposare” - il brutto dei cellulari è che non puoi nemmeno più indovinare il grado d'arrabbiatura di una persona da come sbatte la cornetta.
“Stronzetta maleducata” - concluse filosoficamente Udo, che però aveva fiutato la traccia e non voleva davvero lasciarsela scappare.
 
Avanti con la seconda mossa. L'ascensore si apre su un'asettica anticamera di quel minimalismo aziendalteutone da far cadere le braccia, ma dietro il desk del ricevimento c'era appunto la stagista che non stava credendo ai suoi occhi. Lui, Sakko di lino bianco sporco, camicia di lino viola e pantalone largo da barca a vela su scarpe color coca. Enter the semidry cool. “Buongiorno, Frau ….” “Sabine Lokatis, piacere” “Piacere, Seidlitz”.
“Ho parlato con l'addetta stampa e mi chiedevo se Lei mi potesse fornire il kit stampa che avete sulla fondazione in Africa”.
“Ma certo, non c'è problema. Glielo porto immediatamente” - rispose la signorina Lokatis cercando di mantenete un'aria professionale, tradita dal sorriso raggiante e dagli occhi a fessura scintillante. I muscoli fluivano sotto un paio di jeans aderenti, senza pretese e leggermente sabbiati che finivano in due ballerine celesti pastello in contrasto con una camicetta bianca a vita alta con una bordura di semplice ricamo.
La lenza era gettata, ora si trattava soltanto di tirarla a riva senza strappi e senza intoppi. Il tono con cui Udo ricevette il materiale fu neutro, il movimento dello sfogliarlo attento e con una lentezza insolita per il tipico imbrattacarte copiaincolla, finché un casuale: “Signorina Lokatis, ci sono alcuni punti del vostro materiale che non riesco a spiegarmi. Può aiutarmi per favore?”
“Temo di non essere in grado e di non avere l'autorizzazione, dovrebbe parlarne con Frau ...”
“Con Jutta? Ma certo, solo che non sono sicuro che sarà contenta di essere disturbata in vacanza per un dettaglio che lei di certo saprebbe risolvermi. Mi scusi se rischio di farle saltare la pausa pranzo, ma devo chiudere oggi il box sulla fondazione e, se posso farmi perdonare, la invito ad un boccone qui vicino. Tanto se lei non sa rispondermi, non sa e basta” - capo leggermente inclinato, sorriso da cucciolo un po' bagnato, tono da collega simpatico e bisognoso solo di un aiutino dal pubblico.
Bine non se lo fece dire due volte e, da brava stagista, tra un panino ed un bioyogurth spiegò ogni dettaglio del materiale con sorridente competenza. “Grazie, mi è stata davvero utile. Visto che poi non era così complicato?”. Bine arrossì leggermente, tra lusinga muliebre e fierezza professionale. “Und der Haifisch der hat Zähne...” le venne improvviso il lampo della celebre aria di Mackie Messer, chissà perché, “e invece lui ce l'ha il coltello, non si vede però quello”. Troppo tardi, la lama di Udo aveva già iniziato la finta per arrivare alla botta finale: “Quanto dura ancora il suo stage?”
“Ancora 3 mesi” - rispose Sabine, svanendo l'inquietudine.
“Beh, spero che abbiano di che pagarla, perché lei davvero è una risorsa valida”.
“Oh, non mi preoccupo; ancora una settimana fa c'era un'aria che si tagliava con il coltello, ma da qualche giorno ho sentito dire che abbiamo praticamente vinto un bando governativo per l'Africa. Non mi hanno detto nulla, ma pareva assai consistente”.
“Allora tutto è bene quel che finisce bene. Comunque mi mandi un suo CV, non si sa mai”. Un sorriso, generosamente ricambiato, un biglietto da visita porto con leggerezza e via.
 
Dopo la stoccata era inutile perder tempo, anche perché Udo aveva una fretta indiavolata nel verificare qualche dettaglio di “colore”, ma questa volta con un giocatore che aveva vissuto quella partita. Non gli ci volle molto a trovare il capitano Philipp Lahm ed a convincerlo a farsi una chiacchierata off the record davanti ad una birretta, così alla buona.
 
“Joachim?” - la voce dell'addetta stampa era tra l'annoiato e lo scrupoloso. Il tanga arancio perlinato a strass le serrava le curve di un corpo sanamente sodo, ben disegnato, volgare ed abbronzato quel tanto che bastava ad alleprare l'ambiente. Se a questo si aggiungevano le leggende che circolavano sul suo unico e quasi inavvicinabile tatuaggio, il parossismo ormonalparolaio giungeva al culmine. Pochi avevano partecipato dell'estasi della sua Drosera Venusta e, come in un circolo d'eletti, non ne parlavano con nessuno.
“Jutta? Che c'è? Sai già che io non ci sono per nessun giornalista e che tu per di più sei in vacanza” - l'allenatore aveva proprio la luna per traverso, ma ormai bisognava andare sino in fondo e togliersi lo scrupolo.
“Ti ha mica telefonato Udo Seidlitz per caso?”
“No, ci mancava solo quello. Che cazzo voleva?”
“Mah, voleva fare un pezzo su sport e filantropia e parlare della nostra fondazione. Gli ho detto che se ne parla a settembre, quando la cosa ci torna utile per la raccolta fondi”.
“Na schau, vedi un po', Udo che si occupa di beneficenza, si vede che non ha proprio nulla da fare”.
“Bine mi ha anche detto che gli ha dato un press kit”.
“Cosa?! È passato dalla fondazione quando poteva scaricarselo tranquillamente dal sito? OK, è una grana. Grazie e me la sbrigo io”
“Ma forse è stato un caso, eppoi lo sai anche tu che con il press kit non può farci nulla”.
“Seidlitz sai chi era, Jutta bella mia? No, certo che non lo sai: lui è il pronipote di quel Seydlitz che comandava la cavalleria di Federico II di Prussia …”
“E a noi che ce ne strafrega?”
“Hai presente Kill Bill? Il suo avo gli ha passato il gene della lama che uccide. Te lo ricordi nel caso dei fondi neri di Kohl o ti sei rimbambita? Comunque grazie, mi muovo subito”.
Jutta era stata sempre una capra in storia, ma rigirandosi al caldo sole di Brighton fu subito contenta di poter riempire un bel 58 verticale che non era proprio riuscita a indovinare.
 
Löw compose velocemente un numero della Cancelleria: “Buongiorno Herr Meier, abbiamo un problema, Seidlitz comincia a girare facendo strane domande sulla questione Afrika Kleinhilfakzion” “Non si preoccupi, ci pensiamo noi oggi stesso”.
 
Lahm era un atletico bavarese dallo sguardo franco, sincero e diretto. Polo immacolata, calzoncini neri larghi al ginocchio, i corti capelli biondi scompigliati. “Mi stai chiedendo come mai abbiamo perso? Ma non hai visto quello che è successo in TV?”
“Dai Phil, certo che l'ho visto anch'io, ma c'è qualcosa che mi sfugge ed ho una scommessa in ballo”.
“Udo, quale imbroglio stai architettando? Non voglio finirci di mezzo”.
“Scheisse, faccio il gossipparo, ma non la merda. Poi la scommessa non è clandestina e non si tratta di soldi”.
“Hmm, e allora?”
“La conosci la Sara Carbonero?” “E chi non la conosce? quella che si è sposata il portiere della Spagna due anni fa. Gran bella morena” “Se ne parli in giro t'ammazzo”
Lahm scoppiò in una risata omerica “E tu hai una tresca con lei? Guarda che ti brucio la notizia del tuo Express con un tweet e mi prendo il premio gossip 2012. Almeno mi rifaccio di una partita assurda”,
Seidlitz non perse tempo a condire la frottola, era il momento d'infilarsi rapido nella falla. “Assurda? Ma se vi siete battuti senza risparmio e Joachim era sempre padrone di sé! Ho visto con che tenacia avete inseguito il risultato e con che intelligenza sono state chieste le sostituzioni. Lo sai che il pallone è tondo, è stata sfiga. Avete vinto quattro partite e, per una persa, non ce l'abbiamo fatta”.
“No, quel giorno Joachim non era lo stesso. Tutto era identico alle altre partite, mancava però qualcosa. C'era come un fluido negativo: lui sa sempre sfruttare i punti forti d'ognuno di noi e quel giorno sembrava che le imbroccasse tutte sbagliate”.
“Mah, sarà stato lo stress, una giornata storta...”
“Senti, io di queste cose non ne so un cazzo, ma sai a cosa mi somigliava? Ad uno scacchista che fa tutte le mosse giuste, ma gioca a perdere”.
“Tja, ma con questo la scommessa non la vinco e lei non me la da”. “Il solito porco” “Ah perché tu non te la faresti? Eppoi mi sta così sul cazzo con quell'aria fintamente competente e quei labbroni aderenti al gelato. 'fanculo, avrei voluto farmela a fondo. Sfiga anche questa. Ciao e stammi bene”.
 
Anita era nel mezzo della tradizionale riunione di dipartimento con il solito ordinato coretto di voci, ognuna con il suo pezzettino d'analisi da mostrare all'occhio severo del comandante. Non era uno di quei giorni indimenticabili e Nazario era nervoso il giusto per distribuire staffilate ad ogni mediocre risultato. Solo il collega del Medio Oriente, carburato il giusto dalla crisi siriana, se l'era cavata bene.
La tripla vibrazione l'avvertì che si trattava di Udo. “Comandante, mi scusi” fece con il volto di chi deve andare proprio in bagno. “Vada dottoressa, oggi non sono in vena di teorie”- tagliò corto un viso accigliato e butterato, montato su un blazer tanto classico quanto funereo. Per non parlar di una cravatta che avrebbe intristito anche un pensionato della Royal Navy.
 
“Udo, stammi a sentire. Parla presto, dimmi tutto, non fare domande, poi ti spiego”.
“Ma che hai?”
“Spicciati che sono in una situazione davvero imbarazzante”.
“Se vuoi ti chiamo dopo.”
“Noo cazzo, sbrigati, che il marito sta salendo le scale”.
“OK. La Merkel ha visto l'allenatore a cena prima della partita, bocche cucite sulla chiacchierata, ma lui ha una ONG in cattive acque che, miracolo, vincerà un appalto e questo mentre il capitano della squadra ha la netta sensazione che quel giorno il CT tirasse a perdere”.
“Te lo devo davvero. Ti chiamo io, ciao”.
 
Udo era rimasto sorpreso, ma non fulminato. Pensava già a come riscuotere il succulento premio: Anita era lesbo o bisex? Stava appunto immaginando come costruire un simpatico party sulle varianti possibili, accarezzando compiaciuto il mento, quando i suoi casti pensieri furono interrotti da uno squillo.
 
“Pronto, qui Seidlitz, con chi parlo?” “Buongiorno, Doktor Meier, Bundeskanzlei, avrebbe un minuto per me? Si tratta della Afrika Kleinhilfakzion e avrei da parlarle in modo riservato”. La voce era neutra, ancora con un leggero accento che tradiva una lunga permanenza tra Bonn e Pullach, la vecchia sede di servizio.
Udo fiutò odor di rogne, ma era un invito che, come dicono nei serial di mafia, “non si poteva rrrifiutare” e si rassegnò ad andare in un ufficio discretamente annesso alla Cancelleria Federale.
 
Passati i controlli d'uso, fu scortato in un anonimo ufficio al terzo piano. “Ma com'è che hanno degli arredatori così da cani? Insignificanti schifezze in serie” - pensò Udo, ormai rassegnato a dover parlare con uno di questi burocrati dell'ombra, tipo sbirri, spie, segretari politici e simile varia umanità.
 
“La prego, si accomodi, Herr Seidlitz, non desidero davvero farle perdere tempo prezioso. Mi risulta che lei stia preparando un servizio sulla Afrika Kleinhilfakzion. Qualcosa non va?” L'uomo che siedeva dietro una scrivania immacolata, era in maniche di camicia, sobri gemelli di lapislazzuli, capelli grigi corti ed il volto segnato da rughe che gli conferivano un aspetto serio, vissuto, privo di troppe illusioni, ma tradito ancora da un bagliore d'avventura negli occhi gialli, quasi da gatto.
“Doktor Meier, mi risulta che lei sia il direttore della Sezione Affari Generali e non uno dell'Ufficio Stampa, non riesco a vedere il nesso”.
“Seidlitz, lei fa il suo mestiere ed il mio. Le sarei grato se quel servizio non uscisse, punto”.
“Meier, si vede che non mi conosce e non sa proprio trattare la categoria. Non mi ha nemmeno chiesto su cosa voglio scrivere e si mette a dare ordini come uno della Stasi. Sveglia, la Guerra Fredda è finita ed io la saluto caramente con un bel Tweet”.
“Provi solo a sfiorare la tastiera del suo Handy ed io le assicuro che su Internet usciranno delle foto assai interessanti sulle sue frequentazioni minorili. Se invece saremo ragionevoli, ho un onorario per il suo disturbo. Chiaro?” - sembrava che la pupilla fosse quasi diventata verticale, come quella di un alligatore.
“Ma bene, tiriamo fuori una storia vecchia che non sta in piedi un solo secondo nelle mani del mio avvocato per “controllare” la libertà di stampa. Credo che lei si sia giocato la carriera. Arrivederci Herr Arschloch”.
“Non è chiamandomi buco di culo che lei se la cava così. Tecnicamente per sole 24 ore la signorina Katja era una minorenne e il fatto che avesse una patente falsa, cosa che io so e lei non sapeva nemmeno, sarebbe un'attenuante per il suo avvocato, ma non la salverà dalle grinfie delle nostre simpatiche femministe, dalle associazioni antipedofilia delle chiese evangeliche e cattoliche e soprattutto dai suoi adorabili colleghi che la faranno a pezzi, rosolandola a fuoco lento con una serie di dichiarazioni della dolce Katja, che si è fatta profumatamente pagare allora e che si rivenderà in multiproprietà al miglior offerente.
 
Vuole che continui lo scenario? Non sia scemo, a lei tira il pelo, lo zelo e l'Euro. Non ho voglia d'insistere, né d'umiliarla, né di metterla sotto pressione. Mi aiuti per favore a chiudere un dettaglio importante ed io la lascio in pace. Faccia lo stupido (perché qui l'eroismo del quarto potere non c'entra una mazza e con me non attacca) e le passo a setaccio la vita dagli ultimi cinque secondi sino al suo concepimento a cominciare da tutte le telefonate che ha fatto in questi ultimi due giorni”. Il misto di amichevole socievolezza americana e di soave accento renano fece passare un brivido lungo la schiena di Udo.
 
Serrò gli occhi, evitando di sbiancare come un morto, impegnato a calcolare pro, contro e vie di fuga. Come poteva spiegare per esempio una telefonata al cellulare di una burrosa funzionaria italiana della Presidenza del Consiglio? Lo avevano già intercettato?
 
“Meier, la ringrazio sinceramente per i consigli che lei ha voluto offrirmi. Ovviamente capisco che si tratti di affare della massima importanza e rifiuto sin d'ora qualunque tipo d'onorario che lei ha voluto cortesemente propormi. Anch'io so essere ragionevole ”. Piglio elegante, voce sciolta, tono politically correct
“Der Nuttensohn, meglio di quanto risultasse dal dossier su questo figlio di puttana. Da annotare” - pensò il funzionario con un moto interiore di stizza.
“Mi permetto d'insistere, Herr Seidlitz, apprezzando la sua correttezza, ma non posso lasciarla andar via a mani vuote” - rispose con voce tranquilla.
“Lei è un uomo di mondo, Herr Doktor, saprà sicuramente come sdebitarsi nel modo adeguato quando sarà. Arrivederci e cordiali saluti” - rispose Udo girando i tacchi. Non era davvero il caso di restare un minuto di più a compromettersi con un tipo come quello e, per questa giornata, poteva davvero dire di averla scampata bella. Maledette le donne e la passione che aveva per loro!
 
“Va bene Dottoressa, abbiamo informazioni di seconda mano da fonte che lei ritiene attendibile, ma che noi non controlliamo, che la Merkel ha cenato con l'allenatore la sera prima della partita raccomandandosi tanto con lui, non si sa per cosa. Sappiamo, da medesima fonte, fatto confermato da fonti aperte e grigie, che l'allenatore ha questa ONG che sino a ieri versava in cattive acque, ma che adesso riceverà un appalto governativo, anche questa notizia senza uno straccio di documentazione, né una fonte differente di conferma. Infine sempre da questo giornalista da strapazzo abbiamo l'impressione del capitano della squadra tedesca che quel giorno il CT manovrasse in modo da perdere la partita. Ci siamo?”
 
“Sissignore” - rispose prudente Anita, sapendo benissimo dove volesse andare a parare il comandante. Oggi era di tailleurino grigio cenere, camicia bianca a colletto arrotondato, chignon serrato, scarpa nera con classico fiocco quadrato e filo di perle d'ordinanza. Unico vezzo, due gemelli a elastico con nodo di stoffa nera, un tocco maschile che spezzava le troppo prevedibili e mortaccine divise civili del “Forte”.
 
“Ne devo dedurre, così, pour parler, che l'allenatore tedesco sia stato indotto a perdere la partita con una moral suasion addirittura della Merkel e che in cambio la sua ONG avrà una bella iniezione di liquidità. E allora?” - la voce del Comandante Nazario era calma, rivelatrice del ticchettio implacabile del suo cervello, simile al suo orologio preferito, una serie limitata Comsubin, forse l'unico accessorio che tradiva la sua provenienza da una forza armata che da 150 anni si riteneva, vittrice o sconfitta, la vera spina dorsale dell'apparato militare e d'intelligence nazionale.
 
“Sappiamo da servizio collegato che quella ONG fa parte in realtà di una serie di scatole cinesi per i fondi neri della Cancelliera Merkel, da spendere all'estero su ditte di fiducia che poi restituiscono il favore con sponsorizzazioni mirate e finanziamenti elettorali regolari, ma con investimenti molto massicci in campagna elettorale” - rispose calma Anita. Discendente da un'antica famiglia liberale napoletana, normalista laureata in filosofia, riteneva di provenire da un'èlite ancor più selezionata e rigorosa rispetto a qualunque amministrazione dello stato. Certo, nel Bel Paese, abituato a spendere e spandere come il Paese dei Balocchi, lei e gli altri suoi colleghi erano solo sofisticati mentevalanti buoni ad essere seminati in giro come dei figli illegittimi, ma a lei era toccato in sorte metter radici lì e non si sarebbe fatta schiodare facilmente né da un marinaio né da qualche poliziotto d'alto bordo ben ammanicato e che ci capiva più di manganelli che d'intelligence.
 
“Un dettaglio che m'illumina, ma non mi riscalda, cara Dottoressa, perché non risponde a due domande: perché quel tal Udo non si è precipitato a scatenare una bagarre sulla storia? E soprattutto, che interesse aveva la Merkel a perdere la partita?”
 
“Sulla prima domanda, Comandante, abbiamo una risposta di prima mano dalla fonte stessa: un funzionario della Cancelleria ha invitato con le buone il giornalista a non fare parola già solo della ONG stessa. A telefono non è stato molto chiaro, ma è evidente che lo hanno 'suaso' con argomenti convincenti”.
 
“Alla seconda domanda mi permetto di risponderLe con un teorema. La Germania non aveva nessun interesse a vincere, facendosi odiare ancor di più dal resto degli Europei, che già tiene sotto tiro con i suoi Nein ed i suoi Diktat. La Merkel ha gli occhi fissi solo sulla stabilità del'Euro e dei suoi crediti sia che la baracca europea tenga, sia che vada a remengo con differenti velocità. Di tutto il resto, e lo si è visto con la guerra di Libia, non se ne impipa assolutamente nulla.
Meglio invece far vincere una nazione PIIGS, così gl'italiani si tirano su il morale e si lasciano distrarre ancora per un paio di settimane (mentre banche, borse e finanzieri li spennano alla velocità della luce), e, meglio ancora, far battere tra di loro due PIIGS così il tifo continua a dividere anche i politici, che invece dovrebbero unirsi e concertarsi per proteggere i loro interessi. Monti e Rajoy dovrebbero saperlo, ma le opposte tifoserie freneranno anche in parlamento”.
 
“E lei crede che io con questo ci faccio un appunto al Signor Presidente del Consiglio? E anche se fosse, che importanza ha? Tra 24 ore possiamo vincere e noi facciamo la figura delle Cassandre oppure perdiamo e facciamo i portasfiga che mettono sale sulle ferite. Non se ne parla nemmeno” - tagliò corto il Comandante Nazario. “Non se la prenda, Dottoressa, lei può avere ragione su tutta la linea e le posso aggiungere che, a malincuore, come sempre, il suo teorema è convincente, ma nelle alte sfere tutto questo conta molto poco e noi dobbiamo andarci con i piedi di piombo a rischiare la nostra credibilità. - il sorriso era cordale, ma gli occhi irremovibili.
 
Frau Merkel lesse con attenzione l'appunto che le era stato inviato dal Segretario Generale della Cancelleria a proposito dell'inchiesta giornalistica dell'Express sull'ONG del suo amico allenatore di calcio della nazionale tedesca e sulla possibile collaborazione del giornalista con le autorità. “Verificare se non vi sono collegamenti esteri” - annotò a penna verde. Herr Meier passò l'ordine per la catena gerarchica ed una simpatica funzionaria, soprannominata dai suoi “Pippi”, forse per la combinazione tra efelidi e capelli, cominciò a passare al setaccio i cellulari di Seidlitz.
 
Anita uscì dall'ufficio con un malumore che l'avrebbe portata dritta dritta in una bella gelateria siciliana a consolarsi della tipica giornata di merda, quando passando con il suo motorino vide al volo il Senatore Macaluso, troneggiante ad un tavolino di S. Lorenzo in Lucina. La tentazione era troppo forte per non giocare un pezzo di quella commedia dell'arte che non si era mai smessa di rappresentare in quel teatro barocco e scintillante che era la cosiddetta Città Eterna.
 
Scese dal motorino, ripose il suo caschetto Vuitton nel bauletto, si sciolse il capello setoso e con passo aggraziato si mosse verso il tavolino. Il folto sopracciglio sinistro del Senatore s'inarcò di leggera sorpresa, presto ricomposta nella sua abituale spagnoleggiante maschera di sospettosa diffidenza. “Buonasera, Senatore, è il cielo che la manda” - cinguettò lei, schiudendo un sorriso candido e complice. “In cosa mai può esserLe utile un vecchio pensionato, cara Dottoressa? La prego comunque, s'accomodi” - rispose con sussiego lo stagionato politico.
 
“In realtà, ho una chicca per Lei e vorrei però anche il suo parere” - rispose Anita con candida modestia. Tra un prosecchino ed un succo di pomodoro, la dottoressa espose per sommi capi e con le giuste coloriture 'u fattu. “Ma dottoressa, lo sa che i tedeschi hanno sempre perso con noi le partite importanti da più di 40 anni?” ridacchiò il senatore, agitando i suoi mefistofelici sopraccigli. “E Lei lo sa, Signor Senatore, che i tedeschi hanno vinto come treni le partite precedenti di questo campionato e che la Merkel è una donna che non lascia nulla al caso? Le vittorie passate non contano nella legge dei grandi numeri, i giocatori tedeschi sono troppo giovani per ricordarsi le nostre vecchie glorie e invece sono carichi del loro supereuro.” “Minchia, per essere una donna, l'ha pensata proprio bene: magari abbiamo una nuova Alba Parietti” “Senatore, non mi faccia arrossire e pensi invece a far arrivare questa cosa a chi di dovere”.
 
“Eggià e perché non mi mette giù due righe di promemoria? Mica ci voglio fare la figura del fesso” - chiese ancora scettico il senatore.
“Senatore, mi offende a voler pensare che io pretenda d'insegnarle il mestiere. Sa lei come servire l'assist: ci sono dei fatti, ci sono delle convenienze e c'è un avvertimento a non farsi infinocchiare dalle apparenze calcistiche. Noo?? Ma tutto è sulla parola e sul fiuto, dove un pezzo di carta intestata con cambia nulla”. Uno scambio di saluti cordiali e reciproci, a cari e famiglie inclusi, concluse il prologo della sceneggiata.
 
A chi avrebbe passato Jabba the Hut il bocconcino? Al suo amico George oppure direttamente a Supermario? Anita non lo seppe mai, ma poche ore dopo, vedendo la faccia discretamente abbacchiata del Presidente del Consiglio in tribuna prima dell'inizio della partita, ebbe la netta sensazione che la notizia era arrivata a destinazione ed avesse colpito nel segno. Poteva servire a qualcosa? Forse, ma non era compito suo e francamente, dal suo noioso posto fisso, poteva permettersi un certo distacco filosofico su queste faccende.
 
Il “Funiculì, funiculà” del cellulare di servizio, la trovò pronta a rispondere a Nazario. “Senti Anita, ma che hai combinato con i tedeschi che sembrano alquanto incazzati?” “Ti ho raccontato tutto e quindi lo sai perfettamente”. “Beh hai creato un bel casino. Il loro ufficiale di collegamento è venuto dritto a lagnarsi dal nostro direttore, cianciando di operazioni occulte ai danni dei loro vertici politici, di tentativi di destabilizzazione a mezzo stampa; un comportamento assolutamente inaccettabile da parte di un alleato NATO ecc. ecc. ecc.”. “E il direttore?” “Ha detto che è assolutamente impossibile che questo sia potuto accadere, che noi non abbiamo nemmeno la volontà politica e le risorse per immaginare una cosa del genere. Che sicuramente è un equivoco (anche perché le prove del tedesco erano un po' esiline), anzi che potrebbe trattarsi di un'operazione sotto falsa bandiera. Insomma noi non c'entriamo nulla” “E il DIS?” “Quello poi era una belva. Ha detto che i tedeschi sono off-limits e che non vanno disturbati nemmeno se si preparano ad invaderci, ma insomma alla fine è una bolla di sapone”.
 
Le salì in gola un nodo di rabbia amara: quando sarebbe sparita dal suo paese quella genia di venduti seriali pronti a usare la bandiera come uno straccio da cucina per le loro piccole ambizioni? Questi contorsionisti della posizione a 90 gradi davanti al primo caporalucolo straniero? C'era stata un'Italia con la schiena dritta, ma sembrava appartenere all'altro secolo, sostituita da uno sciame di cavallette puttane. Le mandibole erano ancora serrate quando sentì la tripla vibrazione: il segnale convenuto.
 
“Pronto Udoo? Ma quanto m'hai fatto stare in pensiero.... che t'è successo che sei sparito? Nulla di serio spero. Anche perché te ed io abbiamo un impegno caruccio in sospeso ed io sono sempre di parola per una cena” - concluse Anita con voce flautata.
 
“Anita, lascia proprio perdere. Non sai quanto mi hanno rotto le palle per quel tuo numero di cellulare e quanto ho dovuto sudare per convincerli che eri solo una vecchia fiamma, una trombamica insomma” - Anita stava per soffocare dalle risate e dalle lagrime di gratitudine per i colleghi tedeschi che l'avevano cavata d'impiccio per un bel po' di tempo dalle attenzioni del fascinoso teutone.
 
“Certo, certo. Che stronzi impiccioni. Mi dispiace proprio – si ricompose con un tono serio – Ci vorrà una lunga decantazione e quindi prudenza mio caro. Un bacio e ti penso tanto”. Dall'altro capo rispose un grugnito secco e deluso, ma, si sa, il mondo va anche così.
 

Pubblicato il 15/8/2012 alle 10.27 nella rubrica diario.

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