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Su Limes 6/2011 - Alessandro POLITI e Claudia BETTIOL - Il gioco di Scrat e Sid


Una guerra economica sta dilaniando l’Eurozona. Dieci attori e quattro ‘arbitri’ (venduti?): altro che mercato. Due risposte: unire i debitori e creare un’Agenzia europea dei beni comuni fondata sull’azionariato popolare. In alternativa, il suicidio.

 (L'immagine d'apertura non è di Limes. Significa "Nell'unione, la forza!")

La razionalità dimostrata dalle classi politiche in questa crisi decisiva, un sottoinsieme dell'epocale tsunami economico partito nel 2006, è tragicomicamente simile a quella dei due animaletti dell'Era Glaciale: Scrat e Sid. Il primo rappresenta l'ottusa frenesia dei finanzieri, capaci di scatenare il crollo di una gigantesca faglia glaciale pur di conquistare l'agognata ghianda, anche a prezzo della vita o del congelamento. Sid, è la politica globale vanesia, chiacchierona, tarda, inefficace, capace di bruciarsi la coda mentre si proclama “Zhhhignore delle fiamme”. Ci sarebbe da chiedersi chi è il forte mammuth e chi l'agile tigre dai denti a sciabola, ma lasciamo volentieri ad altri la grata fatica.

 

Il fatto è che mentre prima l'ambiente era chiaro ed gli avversari clear and present danger, oggi il nemico, nel migliore stile Web 2.0, è virtuale, invisibile, la sua forza ancor più micidiale e la paura e viltà che genera ancor più grandi. È la crisi dell'Euro, conseguenza della crisi dei subprime e del rapporto simbiotico fra esportazioni cinesi e debito americano, visibile sin dal 2006, poi esplosa in una crisi economica globale e nello scontro di civiltà che segna la fine dell'ordine economico uscito da Bretton Woods (1944), sovvertito dalle deregulations di Reagan e Thatcher nel 1981 ed uscito vincitore alla fine della Guerra Fredda (1989).[1]

 

La natura della minaccia

 

Non è possibile immaginare alcuna risposta e contromisura se non si capisce da dove viene il pericolo, che peraltro risulta essere oscurato da una fitta cortina fumogena di vuote parole come “mercati”, “contagio” e “riforme”.

 

I mercati sono una parola che non ha veramente senso perché dopo 30 anni di fusioni e acquisizioni, l'OCSE ha potuto osservare che ci sono 10 attori che controllano oltre il 90% dei mercato dei derivati (credit default swaps, collateral debt obligations, exchange rate swaps), cioè:

 

Si dice mercato, ma si scrive oligopolio, cioè un sistema dove i piccoli azionisti sono carne da cannone ed i governi sono dei pesi welter rispetto ai pesi massimi citati. Queste sono le entità che fanno il cosiddetto mercato e spezzano le reputazioni finanziarie, senza troppo curarsi dei fondamentali, avvalendosi anche di sofisticate tecniche di scambio come lo High Frequency Trading (scambio automatizzato ad alta velocità).

 

Le prestazioni dei vari attori privati e pubblici in questo sistema vengono valutate fra tre agenzie di rating di cui tre internazionali ed una nazionale:

 

È piuttosto difficile immaginare che fra questi 10 attori finanziali e le tre agenzie non vi siano significativi intrecci d'interessi che non possono essere né neutri, né trasparenti. Le tre agenzie occidentali sono chiamate anche le tre sorelle e controllano l'85% di un sistema che l'economista  Frank Partnoy chiama monopolio condiviso.[3] Capendo che l'oggettività o semplicemente l'equilibrio in queste condizioni è impossibile, Pechino ha deciso di creare la propria agenzia che infatti ha proceduto immediatamente ad abbassare la AAA statunitense, creandosi la necessaria reputazione.

 

Se poi si tengono in conto le frenetiche dinamiche aziendali di queste entità, la pressione spietata sul breve termine, la paura di sbagliare ed esser licenziati, si comprende come i parametri di valutazione di un'impresa o di un paese diventino molto più volatili della loro supposta razionalità. Tanto più che i grandi investitori hanno tutto l'interesse ad estrarre valore dalla massiccia liquidità immessa dai governi anche sfruttando un downgrading, dove i piccoli investitori fuggono (creando i titoli sui media), mentre i grandi speculano a breve ed a medio, aumentando la pressione sui paesi e sulle imprese d'interesse.

 

A questo punto è utile guardare alle basi dei famosi 10 attori: la maggioranza relativa è negli USA, poi c'è una banca britannica, due svizzere, una tedesca e due francesi. Guardando i PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna) dalla loro prospettiva, perché mai dovrebbero preoccuparsi delle rovinose misure d'austerità che saranno imposte alle società ed ai sistemi economici di quei paesi? Infatti non se ne preoccupano, ma questo non basta a spiegare la manovra geoeconomica in corso.

 

Due guerre rovinose in Iraq ed Afghanistan, nonché uno sforzo antiterrorismo giudicato sproporzionato anche dai sondaggi del pubblico americano[4], hanno creato una situazione economico-finanziaria difficile da sostenere per un paese che è importatore netto di merci e capitali, nonché il debitore più importante del sistema globale. La paura di perdere quell'indispensabile piattaforma di potere che è il signoraggio del dollaro, un grande moltiplicatore dei propri interessi strategici, e la necessità di fare affluire profitti ad un sistema bancario che ha subito serie perdite tra il 2008 ed il 2009, hanno creato le condizioni per una convergenza d'interessi contro l'Euro, visto geoeconomicamente come un elemento di rischio ed economicamente come un'opportunità di profitto.

 

L'Euro, contrariamente ad una certa propaganda “alternativa”, non è la moneta dei banchieri, ma è l'ultimo tentativo di usare funzionalmente uno strumento economico per una finalità politica: battere moneta è un chiaro segno di sovranità ed infatti l'Euro ha cominciato presto ad essere valutato nel mondo come moneta di riserva rispetto ad un dollaro sulla cui viabilità i dubbi continuano ad aumentare.

 

Sminuire l'Euro, tenendolo sotto pressione, evitando però di deprezzare troppo il dollaro è il punto d'equilibrio tra interessi politici ed interessi finanziari collegati transnazionalmente alla rete globale di Wall Street e Londra. Il presidente Obama, nonostante i suoi attacchi verbali alle banche, ne ha favorito la ripresa (venendo infatti ricompensato con donazioni elettorali superiori a qualunque candidato repubblicano), anche attraverso dei quantitative easings che altro non son che una produzione inflattiva di moneta per ridurre il valore dei debiti e ridare competitività all'export statunitense.

 

Non importa se le banche sono colluse, se hanno ingannato gl'investitori e frodato clienti e governi, nuovo denaro fresco e vero (non sotto forma di asset tossici) arriverà dallo spezzatino degli asset pubblici in Europa e dai tagli nel welfare di quel continente. Le banche svizzere e britanniche non fanno parte dell'Eurozona, mentre i BRIC in qualità di stati creditori possono nel complesso aspettare sulla riva del fiume per vedere come andrà a finire.[5] Insomma, gli attori al di fuori dell'area dell'Euro, lo stanno shortando, vendendo allo scoperto ed al ribasso.

 

Se qualcuno pensa che si tratti del solito asse demo-pluto-giudaico-massonico, magari angloamericano, è in ritardo di due guerre e non capisce la guerra in corso. Bisogna seguire la traccia del denaro e non farsi sviare da facili obbiezioni.

 

La prima è che le economie euroatlantiche sono strettamente integrate e che anche gli USA non hanno la tripla A. Il rating non è la fine del mondo, quello statunitense è ben superiore a quello dei PIIGS ed anche la Francia potrebbe scendere al livello di Washington; l'aspetto fondamentale è che i profitti dell'operazione d'indebolimento dell'Eurozona sono superiori al problema del rating.

 

La seconda è che anche le banche francesi e tedesche potrebbero essere colpite successivamente dagli attacchi speculativi, il che è vero, ma non sembra essere molto importante per le élite dei due paesi. Innanzitutto non dimentichiamoci che Francia e Germania sono state le prime a violare il Patto di Stabilità, senza incorrere in alcuna sanzione, e che adesso conducono le danze per imporre nuove regole di austerità e di credito.

 

Tanto più che quelle stesse banche sono fermamente convinte di poter prosperare in futuro anche senza l'Euro, perché le banche patriottiche non esistono e  perché pensano di potersi salvare liquidando prima le competitrici più deboli nei paesi sotto attacco. Il motto è sempre lo stesso “Prima i profitti, poi gli stipendi”.

 

Il trilemma del prigioniero

 

C'era una volta, per i conoscitori della Guerra Fredda, ai tempi dell'era glaciale, un cosa che i nostri cugini francesi chiamavano guerre économique. Era un concetto nuovo e vecchio al tempo stesso e significava fare la guerra usando il commercio, le barriere doganali, il gioco delle valute, senza sparare un colpo, ma creando la rovina di un paese, magari debole e postcoloniale. Rispetto ad oggi sembra una bella favola rassicurante perché, come nel Grande Fratello (quello di Orwell, non dei tronisti), c'era lo stato che pianificava, guidava ed era responsabile.

 

Oggi l'economic warfare è una faccenda totalmente privata e privatizzata, che somiglia molto alla rete nucleare robotizzata Skynet del film Terminator, che decide di fare guerra da sola in automatico, infischiandosene degli umani che dovrebbe proteggere e che invece massacra. Uno che lo aveva intuito era l'allora ministro delle Finanze Tremonti, che proponeva un monumento al risparmiatore italiano: sì, come ai fanti di Caporetto che montavano all'assalto fuori dalle trincee per essere falciati dal High Frequency Trading mentre corrono con il BoT inastato.

 

Oggi in Europa c'è un trilemma che la spacca letteralmente by default, per l'inerzia dei decisori, e per il fallimento di bilanci privati e pubblici. Da un lato s'affrontano l'Eurozona e la City di Londra. La prima attraverso la Commissione Europea vuole imporre nuove regole di trasparenza nelle zone della finanza ombra (gli scambi finanziari al di fuori delle borse e di qualunque supervisione) ed alle pratiche di High Frequency Trading, in nome del peso contrattuale di un mercato unico.

 

L'immagine chiarisce subito le linee del fronte.

 


 

Simultaneamente, nel Rollerball del “chi cade prima dalla torre” l'Eurozona è sottoposta all'attacco con la tattica del carciofo da parte dei gruppi finanziari transnazionali che shortano l'Euro, partendo dagli elementi più vulnerabili (PIIGS) per poi tenere sotto scacco gli elementi più forti, cioè i sopravvissuti con la tripla AAA (Germania, Austria, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Finlandia; la Francia forse no). Non è detto che l'Euro debba sparire, basta che sopravviva con un ruolo subalterno, come ormai constatano e temono anche i cinesi, i quali si chiedono quanti Euro devono avere nelle riserve di valuta.

 

La terza faglia è quella che squarta gli stessi PIIGS sotto tiro e li riduce a delle pezzature feudali nelle mani dei maggiori creditori.

 


 

 

 Ma perché davanti all'evidenza i decisori politici ed economici non vedono la catastrofe collettiva che incombe? Perché i decisori politici hanno fatto sequestrare le loro menti, razionalità e progettualità da una logica economica totalitaria e pseudoliberista, rimanendo impacciati da vecchie modalità di comportamento: è Sid che chiede consiglio a Scrat, mentre questo corre solo dietro la sua ghianda.

 

Le Termopili invisibili

 

Ci sono momenti dove la disparità di forze è paralizzante, lo scontro sembra già deciso e l'impotenza regna, eppure basta veramente poco per guadagnare tempo e per cambiare il corso degli eventi.

 

Per far questo bisogna innanzitutto cambiare completamente prospettiva: la politica deve fare semplicemente quello che ha fatto per millenni, cioè regolare l'economia.

 

Se qualcuno ancora non capisce dopo trent'anni di disastri sociali, culturali, politici ed anche economici creati dalla deregulation nel mondo; se ancora non si capisce che il processo di estrazione di valore non serve a creare valore, ma a distruggerlo per concentrarlo nell'1 per mille dell'umanità attraverso il meccanismo del finanzcapitalismo; se non si vuol comprendere che l'economia non sa e soprattutto non vuole autoregolarsi, tranne che con la creazione di monopoli od oligopoli illiberali, allora si è vittime di una sindrome sovietica. Solo l'economismo scientifico è garanzia della felicità e del progresso del mondo e del ceto medio. Non sarà vero, ma pare brutto constatare il contrario nei crudi fatti.

 

Varie sono le proposte dibattute con più o meno clamore mediatico, ma due hanno il pregio di venire dalla società direttamente minacciata dalla catastrofe economica e del mantra del lacrime-e-sangue-per-i-soliti, cioè il 999 per mille dei contribuenti.[6] Il loro metodo è politico, ma sono ancorate in una logica economica di solido buon senso.

 

La prima è di creare un CG5 dei debitori (Crisis Group of 5) perché soltanto unendo la propria rappresentanza si  può cominciare a negoziare seriemente un debito che sino al 2008 tutti dicevano che si rifinanziava, ma che non si pagava. Da PIIGS pronti ad essere macellati uno alla volta a CG5 dell'Eurozona che difendono insieme diritti e posizioni congiunte, capaci di fare lobby per un diverso modo di affrontare la sfida all'unità dell'UE. La differenza si vede, si sente, si tocca.

 

Peraltro il CG5 risponde ad un principio ben presente nei trattati europei che vengono invocati oggi per giustificare qualunque misura di austerità, ma curiosamente assente nel dibattito odierno: la solidarietà tra membri e concittadini dell'Unione Europea. Che questa solidarietà manchi persino tra chi più ne abbia bisogno è naturalmente cosa che sfida la razionalità ed il common sense più elementari.

 

Vi potranno essere diversi modi di negoziare, ma deve esser chiaro ai fautori dell'egoismo nazionale che la caduta simultanea di questo gruppo può causare danni molto maggiori della semplice sommatoria delle cifre previste dal default.

 

La seconda proposta riguarda i beni materiali e gli asset economici che dovrebbero venire posti in vendita per aiutare a colmare il debito esistente, ammesso che sia ripagabile. Nel discorso mediatico e politico usuale è  naturale dire che questi beni saranno offerti all'asta al migliore offerente, ma non è affatto ovvio che debba essere così. Perché i beni di un paese UE devono venire dispersi tra compratori speculativi o di paesi esterni all'Unione, i quali possono avere un interesse scarsissimo per la responsabilità sociale delle imprese acquisite e per il futuro del paese che vende?

 

La risposta standard suona approssimativamente “È il mercato, bellezza”, ma abbiamo già visto che in questa crisi il mercato c'entra poco, gli interessi finanziari e la supremazia dell'estrazione di valore contano molto e le scelte politiche possono cambiare  i risultati economici e le prospettive future in modo rilevante.

 

Quindi, se i paesi europei rimangono uniti restano in piedi, se si dividono, crollano. I vari politici che in Germania ed in altri paesi tendono a sminuire la solidarietà e l'integrazione europee, stanno giocando col fuoco e stanno rischiando di aprire la strada alla mutua distruzione assicurata dei rispettivi sistemi socioeconomici, alla spartizione dell'Europa ed al suo assoggettamento. Sarà un giogo soft, ma sarà reale perché, quando le industrie ed i servizi di rilievo saranno passati di mano, altri avranno in mano le leve del nostro destino collettivo. E si comporteranno da padroni stranieri.

 

Perciò si propone di creare un'Agenzia Europea dei Beni Comuni (European Common Goods Agency) in cui i beni e gli asset dei paesi indebitati vengono gestiti in modo trasparente, efficiente ed equo, finché gli stati in crisi possono riscattarli.

 

Quest'agenzia deve essere pubblica o largamente pubblica e la sua governance deve essere orientata verso decisioni che congiungano scelte di politica industriale, buona gestione ed interesse pubblico nei confronti dei popoli dell'Europa e non solo degli stati. Essa costituirà la concreta garanzia collettiva di un sostegno che solo gli europei possono avere interesse a darsi reciprocamente. La credibilità politica della natura pubblica dell'agenzia dovrebbe essere rinforzata da un azionariato popolare nella forma di Euroshares, con regole specifiche per evitare raid finanziari.

 

Abbiamo già visto che le soluzioni di carattere puramente finanziario (EFSF/EFSM ed in certa misura anche gli Eurobond) non bastano ad affrontare un problema che deriva dalla mancanza di direzione politica e visione sociale a livello continentale. L'Agenzia Europea dei Beni Comuni rappresenta invece una scelta di politica economica, esprime una visione politica che investe sul futuro e sulla libertà dei paesi ed è la migliore garanzia da opporre agli attori speculativi e oligopolistici internazionale, perché dimostra una comune volontà per uscire dalla crisi.

 

Apparentemente le idee che sembrano più realistiche sono quelle che privilegiano la Realpolitik cosiddetta pragmatica: lasciare, ridurre o smantellare un'Eurozona giudicata apertamente insostenibile. Adottiamole allora come ipotesi di lavoro e vediamo di trovare una risposta poche e semplici domande.

 

Da dove verrà la crescita e per chi ci sarà, se l'Eurozona perde un terzo dei suoi partecipanti? Quale sarà il peso strategico (non solo economico) di un'Eurozona più piccola? E quale sarà il nostro destino individuale e collettivo se l'Euro affonda? Se i vari politici o economisti sono incapaci di rispondere in modo convincente, allora significa che queste idee pragmatiche sono meno buone di quel che appaiono.

 

Se la crisi verrà gestita con la logica di Scrat e Sid ci possono esserci due esiti:

1.      con cinque paesi dissanguati e ridotti a mercati depressi, cinque-sei che conservano la AAA e che cresceranno e sei paesi nella loro orbita, l'Europa sarà solo una variante in grande della Bosnia-Erzegovina;

2.      l'Eurozona si spacca e l'Europa con essa. Avremo un'enclave nordico-germanica che galleggerà in un continente sottoposto a spartizione e spoliazione, con i BRIC tra i candidati più probabili per scegliersi i pezzi migliori. Non sarà brutto come il Muro di Berlino, tutto si farà morbidamente ed in background, ma i paesi perderanno la loro sovranità mantenendo un autogoverno sullo stile di Hong Kong. Non è detto che i BRIC diventino le locomotive o i signori del mondo, ma nel frattempo sono assolutamente in grado di profittare della nostra follia.

 

Non è la prima volta che l'Europa sceglie il suicidio, come ha fatto con due guerre mondiali, ma non è scritto debba ripetere le stesse folli dinamiche in questa quarta guerra mondiale economica per arrivare ad una dolce eutanasia. Basta poco ed al momento giusto per cambiare il destino. This is the time and this is the place.



[1]             Cfr. il rapporto Nomos & Khaos 2006, Nomisma, Roma 2006 “It is highly likely that during 2007 the Pacific could be the epicentre of a financial typhoon generated by the weakness of the Chinese and US economic systems, the interaction with the global financial markets, and the flaws in the governan­ce of the economic policy of the Euro zone. The synergy among these factors will represent a much stronger challenge to the economic, social, and political stability models than the (comparatively modest) threat of jihadism. The basics of this crisis were already identifiable since September 2006.”

[2]    Sono tutte banche globali, ma la divisione è tra banche basate nell'area angloamericana e banche basate nell'Europa continentale. Sono tutte e dieci tra le prime 38 banche mondiali per assets totali nel 2011, cfr. http://www.relbanks.com/worlds-top-banks/assets-2011 (14/11/2011).

[3]    Il resto della torta è diviso fra agenzie di rating canadesi, cipriote e giapponesi.

[4]    Il sondaggio, condotto da World Public Opinion.org rivela che il 59% degli americani pensano che troppe risorse sono state investite per rispondere all'11 settembre e che questo sia stata una causa dell'attuale dissesto economico, cfr. www.worldpublicopinion.org/pipa/pdf/sep11a/9-11Anniversary_Sep11_rpt.pdf (15/11/2011)

[5]    L'India ha un rapporto debito/PIL tra il 51,9% ed il 64,1% a seconda di stime CIA, Eurostat o FMI, nonché una politica bancaria che ha evitato largamente il contatto con derivati insolventi (toxic derivates). Il Brasile ha un problema di apprezzamento del real perché USA e Cina (il cui yuan è sostanzialmente ancorato al ribasso rispetto al dollaro) svalutano. Brasilia ritiene che sia già in corso una guerra delle valute che potrebbe virare in una guerra commerciale se non si arriva ad un accordo. Tuttavia la sua posizione è ben differente dai PIIGS.

[6]    Cfr. il sito European Common Goods www.europeancommongoods.org, una rete europea transnazionale di cittadini che non vogliono più subire i ricatti del capitalismo finanziario e che vogliono uscire dalla trappola del debito con misure di politica e politica industriale buon senso ed una forte solidarietà sociale.




Pubblicato il 9/12/2011 alle 17.56 nella rubrica diario.

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