Ci sono momenti in cui la vita e la morte smettono di essere astratte pedine di giochi politici e pseudomorali e diventano casi e scelte concrete. In quei momenti conta una sola cosa: la piena indivisa responsabilità di disporre della propria vita perché, in quanto dono, non è una proprietà a mezzadria, ma una pietra di paragone del proprio libero arbitrio. Questo è uno dei punti che sembra ignorato dai difensori della vita ad ogni costo, proclamata come "naturale" nonostante sia tenuta in vita con mezzi artificiali.
È una contraddizione pretendere che la vita umana sia sottoposta alle leggi naturali (che sono quelle della selezione per morte degli organismi inadatti a vivere o alle condizioni del momento) ed al tempo stesso sia schiava di macchine che sono però frutto non della natura, ma della cultura dell'essere umano.
Infatti di tutte le specie viventi sul pianeta, l'essere umano, con i suoi 10.000 anni di storia, è il biotipo meno "naturale" che ci sia ed è quello che ha continuamente spostato le frontiere proprie e della natura così come sarebbe stata senza l'Homo sapiens. Dunque cosa sono la vita e la morte per l'uomo non sono questioni di legge naturale, ma d'interpretazione culturale in un dato momento storico e secondo il suo Zeitgeist.
Duecento anni fa in Europa, quello che era una vita decorosa, oggi sarebbe visto come sopravvivenza e la morte (data e subita nei modi più diversi) apparteneva all'ordine "naturale" delle religioni del momento.
Certo, ci sono gl'interpreti della parola divina che dicono di rifarsi a verità eterne ed indiscutibili, ma è penoso come dimentichino facilmente quanto le grandi religioni siano mutate nei secoli e quanto i loro fondatori fossero innovatori e mettessero ampiamente in discussione l'intepretazione corrente del divino (ma perché i vertici cattolici pensano a propagare una versione sovietica del cristianesimo? Perché non sono più all'avanguardia come lo era il Cristo e puntano a ritardare tutto frenando in retroguardia?).
Non tutto è vita per un Homo sapiens, perché il criterio del "purché respiri" ha a che fare con un protozoo, ma non con quella complessità di caratteristiche proprie della nostra specie. E nel dubbio? È l'individuo a scegliere perché, anche se credente, il suo dio lo lascia libero di scegliere (fosse anche per peccare), perché insieme alla vita gli ha donato la libertà di scelta che ne fa un essere responsabile (cioè capace di rispondere) e non una larva incapace d'intendere e di volere.
Quando la religione fa politica cade preda della principale tentazione, quella del potere terreno, e si svuota di sostanza, afflato e forza, diventando invece un'ipocrita macchina corruttrice, soffocata da prescrizioni farisaicamente sempre più ossessive. Quando la politica insegue la religione si scava la tomba con le sue mani, perché dimentica che la laicità è la migliore difesa dell'autonomia delle due sfere ed è la risposta più valida alle nuove e vecchie guerre di religione. Politica e religione insieme sono destinate a corrompersi a vicenda, come nel supplizio di Mezenzio.
E allora che fare? Smettere di fare sciacallaggio politico e religioso ed affrontare caso per caso, affidandosi meno a dispositivi di legge astrattamente onnicomprensivi e più al buon senso delle parti ed al messaggio positivo degli uomini di fede. Le fedi imbrigliate dalla politica sono quelle che tacciono quando soffrono i deboli, favoriscono la fuga dei criminali contro l'umanità e strepitano sui grandi principi, passando elegantemente sotto silenzio quel che possono sempre fare i ricchi per aggirare le leggi umane.
In certe situazioni la vita non è tale, la prospettiva di vivere è pericolosamente intollerabile e la morte non è una nemica. Decidere su questo non è faccenda da telequiz, ma pesante responsabilità dell'individuo che deve decidere. Non lasciamo sole queste persone e non frastorniamole con vuoti proclami, ma assistiamole discretamente con la sapienza del cuore.