
Pubblicato su Rivoluzione Liberale.it (14/1/2012)
Ci mancava giusto Mario Giordano con quell’aria da Dorian Gray de noantri per un pistolotto della più collaudata e stantia retorica patriottarda. Risparmio al lettore la sfilza di stereotipi (Würstel, Panzer, Kartoffeln, Kaiser, Anschluß) che sembrano usciti dai fumetti Super Eroica per concentrarmi sulla sostanza che non è il rifiuto di un modello crucco imposto.
Quale Italia si vuole tenere, e soprattutto ci vuole convincere a tenerci, il dolce Giordano? Quella dei disastri italiani, quella che conta davvero nel 4 a 3 del calcio, un po’ meno efficiente, dell’arte di cavarsela, dei taxisti che scioperano e del debito pubblico che incombe?
Ma in che Italia vive Giordano? Quella dei privilegiati al servizio delle solite cricche di potenti coperti dai soliti inciuci? Certo, in quell’ambientino di generone rapace e salotti buoni esangui è possibile fare questo discorso, ma nell’Italia vera, numerosa, viva, no.
L’Italietta che Giordano si coccola è quella che non cambia mai: la mafia, la povertà sempre più diffusa (oggi la Caritas ed Emergency aiutano sempre più italiani), i diritti delle donne e dei lavoratori (manovalanza e mentevalanza) sempre più oppressi, le coppie che non trovano casa e lavoro e non possono far figli, Roma e Milano che hanno due linee e mezzo di metropolitana, l’evasione fiscale in doppiopetto e porpora, l’invadenza politica vaticana, l’economia in nero, il bilancio in rosso profondo ed una classe dirigente corrotta prepotente e feudale, “capitani coraggiosi” inclusi. Mi fermo per sintesi e non per carità di Patria.
Chi fa il discorso che l’Italia nera è il prezzo inevitabile da pagare per godere de ’o sole, ’o mare, ’e bellezze, ’o ammore sta proponendo una truffa che cola il sangue dei morti di crimini sul lavoro e di lupara, che puzza il sudore di clandestini sfruttati e su cui aleggia la rabbia della costante umiliazione dei cittadini ad ogni inondazione, ad ogni treno cancellato, ad ogni ricattatoria pretesa di Equitalia, ad ogni passaggio di frontiera dove la differenza con altri paesi si vede si sente si tocca. Il vecchio paese del fame, farina, feste e forche restyled in precariato, povertà, palinsesti e piombo.
Il futuro è in una politica europea di gestione pubblica beni comuni che tolga tutta la zona dell’Euro dalla trappola dell’economia finanziarizzata in cui si è cacciata insieme agli Stati Uniti e che riapra l’avventura di un’economia reale sotto la guida di una politica democratica, trasparente, onesta e decente. L’Italia di De Gasperi e Togliatti e non quella delle tangenti bipartisan.
Noi non vogliamo sopravvivere da italioti in nell’Italietta del Giornale, triste come il calcio delle partite truccate, vogliamo vivere da italiani in un’Italia bella, pulita, facile da vivere, generosa, grande, forte, di livello europeo e sportiva per davvero.
Serve essere europei e se questo significa imparare il meglio da tutti, riprendere il senso di un bene comune, sentirsi a casa nella grande terra d’Europa allora ben venga perché è uno scambio alla pari tra le nostre virtù e quelle delle nazioni consorelle. Il resto è perpetuare l’illiberale paese di Acchiappacitrulli dove i disonesti fan carriera ed gli onesti fanno pena.

Una guerra economica sta dilaniando
l’Eurozona. Dieci attori e quattro ‘arbitri’ (venduti?): altro che
mercato. Due risposte: unire i debitori e creare un’Agenzia europea dei
beni comuni fondata sull’azionariato popolare. In alternativa, il
suicidio.
(L'immagine d'apertura non è di Limes. Significa "Nell'unione, la forza!")
La razionalità dimostrata dalle classi politiche in questa crisi
decisiva, un sottoinsieme dell'epocale tsunami economico partito nel 2006, è
tragicomicamente simile a quella dei due animaletti dell'Era Glaciale: Scrat e
Sid. Il primo rappresenta l'ottusa frenesia dei finanzieri, capaci di scatenare
il crollo di una gigantesca faglia glaciale pur di conquistare l'agognata
ghianda, anche a prezzo della vita o del congelamento. Sid, è la politica
globale vanesia, chiacchierona, tarda, inefficace, capace di bruciarsi la coda
mentre si proclama “Zhhhignore delle fiamme”. Ci sarebbe da chiedersi chi è il
forte mammuth e chi l'agile tigre dai denti a sciabola, ma lasciamo volentieri
ad altri la grata fatica.
Il fatto è che mentre prima l'ambiente era chiaro ed gli avversari clear
and present danger, oggi il nemico, nel migliore stile Web 2.0, è virtuale,
invisibile, la sua forza ancor più micidiale e la paura e viltà che genera
ancor più grandi. È la crisi dell'Euro, conseguenza della crisi dei subprime e
del rapporto simbiotico fra esportazioni cinesi e debito americano, visibile
sin dal 2006, poi esplosa in una crisi economica globale e nello scontro di
civiltà che segna la fine dell'ordine economico uscito da Bretton Woods (1944),
sovvertito dalle deregulations di Reagan e Thatcher nel 1981 ed uscito
vincitore alla fine della Guerra Fredda (1989).
La natura della minaccia
Non è possibile immaginare alcuna risposta e contromisura se non si
capisce da dove viene il pericolo, che peraltro risulta essere oscurato da una
fitta cortina fumogena di vuote parole come “mercati”, “contagio” e “riforme”.
I mercati sono una parola che non ha veramente senso perché dopo 30 anni
di fusioni e acquisizioni, l'OCSE ha potuto osservare che ci sono 10 attori che
controllano oltre il 90% dei mercato dei derivati (credit default swaps,
collateral debt obligations, exchange rate
swaps), cioè:
- Morgan Stanley, Bank of
America, Citibank, Goldman Sachs,
Barclays;
- Deutsche Bank, UBS, Credit Suisse,
Societé Gènerale, BNP-Paribas.
Si dice mercato, ma si scrive oligopolio, cioè un sistema dove i piccoli
azionisti sono carne da cannone ed i governi sono dei pesi welter rispetto ai
pesi massimi citati. Queste sono le entità che fanno il cosiddetto mercato e
spezzano le reputazioni finanziarie, senza troppo curarsi dei fondamentali,
avvalendosi anche di sofisticate tecniche di scambio come lo High Frequency
Trading (scambio automatizzato ad alta velocità).
Le prestazioni dei vari attori
privati e pubblici in questo sistema vengono valutate fra tre agenzie di rating
di cui tre internazionali ed una nazionale:
- Moody’s,
Standard&Poor’s (americane), Fitch (anglofrancese);
- e la cinese Dagong.
È piuttosto difficile immaginare che
fra questi 10 attori finanziali e le tre agenzie non vi siano significativi
intrecci d'interessi che non possono essere né neutri, né trasparenti. Le tre
agenzie occidentali sono chiamate anche le tre sorelle e controllano l'85% di
un sistema che l'economista Frank
Partnoy chiama monopolio condiviso.[3] Capendo che
l'oggettività o semplicemente l'equilibrio in queste condizioni è impossibile,
Pechino ha deciso di creare la propria agenzia che infatti ha proceduto
immediatamente ad abbassare la AAA statunitense, creandosi la necessaria
reputazione.
Se poi si tengono in conto le
frenetiche dinamiche aziendali di queste entità, la pressione spietata sul
breve termine, la paura di sbagliare ed esser licenziati, si comprende come i
parametri di valutazione di un'impresa o di un paese diventino molto più
volatili della loro supposta razionalità. Tanto più che i grandi investitori
hanno tutto l'interesse ad estrarre valore dalla massiccia liquidità immessa
dai governi anche sfruttando un downgrading, dove i piccoli investitori fuggono
(creando i titoli sui media), mentre i grandi speculano a breve ed a medio,
aumentando la pressione sui paesi e sulle imprese d'interesse.
A questo punto è utile guardare alle
basi dei famosi 10 attori: la maggioranza relativa è negli USA, poi c'è una
banca britannica, due svizzere, una tedesca e due francesi. Guardando i PIIGS
(Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna) dalla loro prospettiva, perché
mai dovrebbero preoccuparsi delle rovinose misure d'austerità che saranno
imposte alle società ed ai sistemi economici di quei paesi? Infatti non se ne
preoccupano, ma questo non basta a spiegare la manovra geoeconomica in corso.
Due guerre rovinose in Iraq ed
Afghanistan, nonché uno sforzo antiterrorismo giudicato sproporzionato anche
dai sondaggi del pubblico americano[4], hanno creato
una situazione economico-finanziaria difficile da sostenere per un paese che è
importatore netto di merci e capitali, nonché il debitore più importante del
sistema globale. La paura di perdere quell'indispensabile piattaforma di potere
che è il signoraggio del dollaro, un grande moltiplicatore dei propri interessi
strategici, e la necessità di fare affluire profitti ad un sistema bancario che
ha subito serie perdite tra il 2008 ed il 2009, hanno creato le condizioni per
una convergenza d'interessi contro l'Euro, visto geoeconomicamente come un
elemento di rischio ed economicamente come un'opportunità di profitto.
L'Euro, contrariamente ad una certa propaganda “alternativa”, non è la
moneta dei banchieri, ma è l'ultimo tentativo di usare funzionalmente uno
strumento economico per una finalità politica: battere moneta è un chiaro segno
di sovranità ed infatti l'Euro ha cominciato presto ad essere valutato nel
mondo come moneta di riserva rispetto ad un dollaro sulla cui viabilità i dubbi
continuano ad aumentare.
Sminuire l'Euro, tenendolo sotto pressione, evitando però di deprezzare
troppo il dollaro è il punto d'equilibrio tra interessi politici ed interessi
finanziari collegati transnazionalmente alla rete globale di Wall Street e
Londra. Il presidente Obama, nonostante i suoi attacchi verbali alle banche, ne
ha favorito la ripresa (venendo infatti ricompensato con donazioni elettorali
superiori a qualunque candidato repubblicano), anche attraverso dei
quantitative easings che altro non son che una produzione inflattiva di moneta
per ridurre il valore dei debiti e ridare competitività all'export statunitense.
Non importa se le banche sono colluse, se hanno ingannato gl'investitori
e frodato clienti e governi, nuovo denaro fresco e vero (non sotto forma di
asset tossici) arriverà dallo spezzatino degli asset pubblici in Europa e dai
tagli nel welfare di quel continente. Le banche svizzere e britanniche non
fanno parte dell'Eurozona, mentre i BRIC in qualità di stati creditori possono
nel complesso aspettare sulla riva del fiume per vedere come andrà a finire. Insomma,
gli attori al di fuori dell'area dell'Euro, lo stanno shortando, vendendo allo
scoperto ed al ribasso.
Se qualcuno pensa che si tratti del solito asse demo-pluto-giudaico-massonico,
magari angloamericano, è in ritardo di due guerre e non capisce la guerra in
corso. Bisogna seguire la traccia del denaro e non farsi sviare da facili
obbiezioni.
La prima è che le economie euroatlantiche sono strettamente integrate e
che anche gli USA non hanno la tripla A. Il rating non è la fine del mondo,
quello statunitense è ben superiore a quello dei PIIGS ed anche la Francia
potrebbe scendere al livello di Washington; l'aspetto fondamentale è che i
profitti dell'operazione d'indebolimento dell'Eurozona sono superiori al
problema del rating.
La seconda è che anche le banche francesi e tedesche potrebbero essere
colpite successivamente dagli attacchi speculativi, il che è vero, ma non
sembra essere molto importante per le élite dei due paesi. Innanzitutto non
dimentichiamoci che Francia e Germania sono state le prime a violare il Patto
di Stabilità, senza incorrere in alcuna sanzione, e che adesso conducono le
danze per imporre nuove regole di austerità e di credito.
Tanto più che quelle stesse banche sono fermamente convinte di poter
prosperare in futuro anche senza l'Euro, perché le banche patriottiche non
esistono e perché pensano di potersi
salvare liquidando prima le competitrici più deboli nei paesi sotto attacco. Il
motto è sempre lo stesso “Prima i profitti, poi gli stipendi”.
Il trilemma del prigioniero
C'era una volta, per i conoscitori della Guerra Fredda, ai tempi dell'era
glaciale, un cosa che i nostri cugini francesi chiamavano guerre économique.
Era un concetto nuovo e vecchio al tempo stesso e significava fare la guerra
usando il commercio, le barriere doganali, il gioco delle valute, senza sparare
un colpo, ma creando la rovina di un paese, magari debole e postcoloniale.
Rispetto ad oggi sembra una bella favola rassicurante perché, come nel Grande
Fratello (quello di Orwell, non dei tronisti), c'era lo stato che pianificava,
guidava ed era responsabile.
Oggi l'economic warfare è una faccenda totalmente privata e privatizzata,
che somiglia molto alla rete nucleare robotizzata Skynet del film Terminator,
che decide di fare guerra da sola in automatico, infischiandosene degli umani
che dovrebbe proteggere e che invece massacra. Uno che lo aveva intuito era
l'allora ministro delle Finanze Tremonti, che proponeva un monumento al
risparmiatore italiano: sì, come ai fanti di Caporetto che montavano
all'assalto fuori dalle trincee per essere falciati dal High Frequency Trading
mentre corrono con il BoT inastato.
Oggi in Europa c'è un trilemma che la spacca letteralmente by default,
per l'inerzia dei decisori, e per il fallimento di bilanci privati e pubblici.
Da un lato s'affrontano l'Eurozona e la City di Londra. La prima attraverso la
Commissione Europea vuole imporre nuove regole di trasparenza nelle zone della
finanza ombra (gli scambi finanziari al di fuori delle borse e di qualunque
supervisione) ed alle pratiche di High Frequency Trading, in nome del peso
contrattuale di un mercato unico.
L'immagine chiarisce subito le linee del fronte.

Simultaneamente, nel Rollerball del “chi cade prima dalla torre”
l'Eurozona è sottoposta all'attacco con la tattica del carciofo da parte dei gruppi
finanziari transnazionali che shortano l'Euro, partendo dagli elementi più
vulnerabili (PIIGS) per poi tenere sotto scacco gli elementi più forti, cioè i
sopravvissuti con la tripla AAA (Germania, Austria, Olanda, Lussemburgo,
Danimarca, Finlandia; la Francia forse no). Non è detto che l'Euro debba
sparire, basta che sopravviva con un ruolo subalterno, come ormai constatano e
temono anche i cinesi, i quali si chiedono quanti Euro devono avere nelle
riserve di valuta.
La terza faglia è quella che squarta gli stessi PIIGS sotto tiro e li
riduce a delle pezzature feudali nelle mani dei maggiori creditori.

Ma perché davanti all'evidenza i decisori politici ed economici non
vedono la catastrofe collettiva che incombe? Perché i decisori politici hanno
fatto sequestrare le loro menti, razionalità e progettualità da una logica
economica totalitaria e pseudoliberista, rimanendo impacciati da vecchie
modalità di comportamento: è Sid che chiede consiglio a Scrat, mentre questo
corre solo dietro la sua ghianda.
Le Termopili invisibili
Ci sono momenti dove la disparità di forze è paralizzante, lo scontro
sembra già deciso e l'impotenza regna, eppure basta veramente poco per
guadagnare tempo e per cambiare il corso degli eventi.
Per far questo bisogna innanzitutto cambiare completamente prospettiva:
la politica deve fare semplicemente quello che ha fatto per millenni, cioè
regolare l'economia.
Se qualcuno ancora non capisce dopo trent'anni di disastri sociali,
culturali, politici ed anche economici creati dalla deregulation nel mondo; se
ancora non si capisce che il processo di estrazione di valore non serve a
creare valore, ma a distruggerlo per concentrarlo nell'1 per mille dell'umanità
attraverso il meccanismo del finanzcapitalismo; se non si vuol comprendere che
l'economia non sa e soprattutto non vuole autoregolarsi, tranne che con la
creazione di monopoli od oligopoli illiberali, allora si è vittime di una
sindrome sovietica. Solo l'economismo scientifico è garanzia della felicità e
del progresso del mondo e del ceto medio. Non sarà vero, ma pare brutto
constatare il contrario nei crudi fatti.
Varie sono le proposte dibattute con più o meno clamore mediatico, ma due
hanno il pregio di venire dalla società direttamente minacciata dalla catastrofe
economica e del mantra del lacrime-e-sangue-per-i-soliti, cioè il 999 per mille
dei contribuenti.
Il loro metodo è politico, ma sono ancorate in una logica economica di solido
buon senso.
La prima è di creare un CG5 dei debitori (Crisis Group of 5) perché
soltanto unendo la propria rappresentanza si
può cominciare a negoziare seriemente un debito che sino al 2008 tutti
dicevano che si rifinanziava, ma che non si pagava. Da PIIGS pronti ad essere
macellati uno alla volta a CG5 dell'Eurozona che difendono insieme diritti e
posizioni congiunte, capaci di fare lobby per un diverso modo di affrontare la
sfida all'unità dell'UE. La differenza si vede, si sente, si tocca.
Peraltro il CG5 risponde ad un principio ben presente nei trattati
europei che vengono invocati oggi per giustificare qualunque misura di
austerità, ma curiosamente assente nel dibattito odierno: la solidarietà tra
membri e concittadini dell'Unione Europea. Che questa solidarietà manchi
persino tra chi più ne abbia bisogno è naturalmente cosa che sfida la
razionalità ed il common sense più elementari.
Vi potranno essere diversi modi di negoziare, ma deve esser chiaro ai
fautori dell'egoismo nazionale che la caduta simultanea di questo gruppo può
causare danni molto maggiori della semplice sommatoria delle cifre previste dal
default.
La seconda proposta riguarda i beni materiali e gli asset economici che
dovrebbero venire posti in vendita per aiutare a colmare il debito esistente,
ammesso che sia ripagabile. Nel discorso mediatico e politico usuale è naturale dire che questi beni saranno offerti
all'asta al migliore offerente, ma non è affatto ovvio che debba essere così.
Perché i beni di un paese UE devono venire dispersi tra compratori speculativi
o di paesi esterni all'Unione, i quali possono avere un interesse scarsissimo
per la responsabilità sociale delle imprese acquisite e per il futuro del paese
che vende?
La risposta standard suona approssimativamente “È il mercato, bellezza”,
ma abbiamo già visto che in questa crisi il mercato c'entra poco, gli interessi
finanziari e la supremazia dell'estrazione di valore contano molto e le scelte
politiche possono cambiare i risultati
economici e le prospettive future in modo rilevante.
Quindi, se i paesi europei rimangono uniti restano in piedi, se si
dividono, crollano. I vari politici che in Germania ed in altri paesi tendono a
sminuire la solidarietà e l'integrazione europee, stanno giocando col fuoco e
stanno rischiando di aprire la strada alla mutua distruzione assicurata dei
rispettivi sistemi socioeconomici, alla spartizione dell'Europa ed al suo
assoggettamento. Sarà un giogo soft, ma sarà reale perché, quando le industrie
ed i servizi di rilievo saranno passati di mano, altri avranno in mano le leve
del nostro destino collettivo. E si comporteranno da padroni stranieri.
Perciò si propone di creare un'Agenzia Europea dei Beni Comuni (European Common Goods Agency) in cui i
beni e gli asset dei paesi indebitati vengono gestiti in modo trasparente,
efficiente ed equo, finché gli stati in crisi possono riscattarli.
Quest'agenzia deve essere pubblica o largamente pubblica e la sua
governance deve essere orientata verso
decisioni che congiungano scelte di politica industriale, buona gestione ed
interesse pubblico nei confronti dei popoli dell'Europa e non solo degli stati.
Essa costituirà la concreta garanzia collettiva di un sostegno che solo gli
europei possono avere interesse a darsi reciprocamente. La credibilità politica
della natura pubblica dell'agenzia dovrebbe essere rinforzata da un azionariato
popolare nella forma di Euroshares, con regole specifiche
per evitare raid finanziari.
Abbiamo già visto che le soluzioni
di carattere puramente finanziario (EFSF/EFSM ed in certa misura anche gli
Eurobond) non bastano ad affrontare un problema che deriva dalla mancanza di
direzione politica e visione sociale a livello continentale. L'Agenzia Europea
dei Beni Comuni rappresenta invece una scelta di politica economica, esprime
una visione politica che investe sul futuro e sulla libertà dei paesi ed è la
migliore garanzia da opporre agli attori speculativi e oligopolistici
internazionale, perché dimostra una comune volontà per uscire dalla crisi.
Apparentemente le idee che sembrano
più realistiche sono quelle che privilegiano la Realpolitik cosiddetta pragmatica:
lasciare, ridurre o smantellare un'Eurozona giudicata apertamente
insostenibile. Adottiamole allora come ipotesi di lavoro e vediamo di trovare
una risposta poche e semplici domande.
Da dove verrà la crescita e per chi ci sarà, se l'Eurozona perde un terzo
dei suoi partecipanti? Quale sarà il peso strategico (non solo economico) di
un'Eurozona più piccola? E quale sarà il nostro destino individuale e
collettivo se l'Euro affonda? Se i vari politici o economisti sono incapaci di
rispondere in modo convincente, allora significa che queste idee pragmatiche
sono meno buone di quel che appaiono.
Se la crisi verrà gestita con la logica di Scrat e Sid ci possono esserci
due esiti:
1.
con cinque paesi dissanguati e ridotti a mercati
depressi, cinque-sei che conservano la AAA e che cresceranno e sei paesi nella
loro orbita, l'Europa sarà solo una variante in grande della Bosnia-Erzegovina;
2.
l'Eurozona si spacca e l'Europa con essa. Avremo
un'enclave nordico-germanica che galleggerà in un continente sottoposto a
spartizione e spoliazione, con i BRIC tra i candidati più probabili per
scegliersi i pezzi migliori. Non sarà brutto come il Muro di Berlino, tutto si
farà morbidamente ed in background, ma i paesi perderanno la loro sovranità
mantenendo un autogoverno sullo stile di Hong Kong. Non è detto che i BRIC
diventino le locomotive o i signori del mondo, ma nel frattempo sono
assolutamente in grado di profittare della nostra follia.
Non è la prima volta che l'Europa sceglie il suicidio, come ha fatto con due
guerre mondiali, ma non è scritto debba ripetere le stesse folli dinamiche in
questa quarta guerra mondiale economica per arrivare ad una dolce eutanasia.
Basta poco ed al momento giusto per cambiare il destino. This is the time and
this is the place.

I tedeschi sono al centro di una
controversia tanto stupida quanto rabbiosa. Volano parole che
sembravano dimenticate come Huns (unni), Boches (crucchi), Jerry
(idem), conquista, Panzer, IV Reich ed altre nazionalpatriottarde
idiozie.
Non che i nostri concittadini
europei tedescofoni facciano molto per rendersi simpatici: tutti i
paesi sotto attacco speculativo sono chiamati PIIGS, Club Med, pigri,
cialtroni, dissipatori, inaffidabili, peccatori con un moralismo
tanto pseudoluterano quanto davvero ipocrita.
E poiché, quando la ragione
s'eclissa e la morale vola via, le idee vere mancano, allora si
sprecano i paragoni da Bignamino “Arriva la Luftwaffe della
Deutsche Bank”, “Mai più l'inflazione dei tempi di Weimar”.
Ecco, parliamo della famosa Angst
(angoscia) da inflazione. Si rendono conto gli amici tedeschi che,
quando citano questo trauma dell'altro secolo, non possono esser
presi sul serio?
L'inflazione weimariana non era
solo il frutto della Grande (o piccola?) Depressione del 1929, era
anche frutto delle spietate riparazioni di guerra pretese dal Diktat
di Versailles e dall'ottusa arroganza francobritannica. Sappiamo come
finì: l'Europa cominciò a correre, pungolata dalla paura del
comunismo e della miseria, verso l'acquiescenza convinta al
nazifascismo nel baratro della guerra.
E visto che ci siamo con la
memoria lunga perché non ricordare il Gründerkrach (il crack dei
fondatori del II Reich bismarckiano)? Basato su pesanti riparazioni
di guerra imposte alla Francia e sulla sconfinata fiducia in se
stessi, portò all'abbandono tedesco dello standard argenteo e a
quella che poi fu chiamata la Grande Depressione.
La morale qual è? Che quando un
paese si mette sul piedistallo e pretende dei soldi su un principio
applicato ciecamente (ho vinto la guerra, hai fatto debiti ecc.),
finisce per fare più danni a sé ed agli altri.
La riprova? Quando gli alleati
stravinsero nel 1945, non ascoltarono a lungo i deliranti inviti di
Morgenthau jr. (un altro ministro del Tesoro da galleria degli
orrori) a ridurre la Germania ad una condizione agropastorale e,
grazie allo sforzo di americani di buonsenso come Douglas e Marshall,
nel 1947 crearono il Piano Marshall per salvare la Germania e
l'Europa dallo scivolare nella depressione economica e nel comunismo
filosovietico.
Chi pagò? Il contribuente
americano. Chi profittò? Tutti, dagli USA in giù, secondo il peso
di ciascuno.
Douglas pose questo epitaffio al
famigerato piano Morgenthau “This thing was assembled by economic
idiots”. Quanti ministri del Tesoro in Europa che oggi predicano
lacrime e sangue per i corrotti “sudici” paesi, dovrebbero
rileggersi le lezioni della storia? La loro, la nostra storia?
Ha visto la Merkel che nemmeno la
corazzata tedesca è immune dai siluri della finanza profittatrice?
Noi di European Common Goods
(www.europeancommongoods.org)
pensiamo che, se permettiamo la svendita degli asset dei paesi sotto
attacco speculativo, tutta l'Europa verrà impoverita ed è per
questo che abbiamo due proposte concrete:
Gli asset industriali e di
servizi dei paesi sotto attacco vanno affidati, come collaterali a
garanzia del debito, ad un'Agenzia dei Beni Comuni Europea a
carattere pubblico e con un'azionariato popolare, che amministri
questi beni durante la crisi, in modo che diano un rendimento entro
un tetto ragionevole e che rimangano patrimonio europeo. Quando i
paesi usciranno dalla crisi, riavranno quegli asset funzionanti e
profittevoli.
All'interno dell'Eurogruppo ci
vuole un GC5 (Gruppo di Crisi dei 5), composto dai paesi sotto
attacco speculativo e capace di negoziare insieme debito e
condizioni di rientro nei parametri, in modo da costruire una
componente aggiuntiva della protezione europea dall'assalto delle
grandi banche speculanti.
Sono proposte di politiche, di
buon senso, nate da una sana cultura dell'economia reale e che
convengono a tutti, anche ai tedeschi che oggi hanno paura di
superare i complessi della loro storia e prendersi le responsabilità
di leadership che da un decennio di fatto hanno.

18.05.2011 13:16 (pubblicato su Nomos & Khaos 2011, Nomisma, Roma-Bologna)
L'Italia è uno dei laboratori più avanzati del pianeta in materia di
sperimentazione politica. Nessun paese al mondo ha cambiato più frequentemente
compagini e assetti a partire dalla fine della Guerra Fredda. Basta dare una
rapida scorsa ai principali risultati della cronaca politica dal 1989 per
rendersene conto:
1. cinque
grandi partiti smantellati;
2. cinque
nuovi partiti creati;
3. due
fusioni con take-over tra formazioni di quasi opposta cultura politica;
4. tre
cambi di legge elettorale;
5. due-tre
rimaneggiamenti costituzionali.
Non ci vuole molto a capire che nel resto del mondo c'è ancora una
stagnazione nelle formule e nelle etichette piuttosto penosa: socialdemocratici
contro democristiani; socialisti vs. gollisti e postgollisti; laburisti e
conservatori; democratici vs. repubblicani. Roba da Jurassic Park.
Qualunque italiano però, dopo essersi ripreso dalla sorpresa di tanta
vitalità nell'escogitare nuove soluzioni e situazioni, sarebbe anche pronto ad
obbiettare che gli effetti di tutto questo fermento in 22 anni non sono
particolarmente esaltanti da qualunque parte si osservino. A parità di
sconvolgimenti e caos, i 22 anni che passarono dal 1848 (prima guerra
d'indipendenza italiana) al 1870 (presa di Roma) portarono a ben altri
risultati, imponenti comunque si voglia rivisitare la storia. Perché questa
differenza, nonostante la pretesa perennità del carattere italiano nei secoli?
Innanzitutto dobbiamo evitare le illusioni ottiche che tutti i
contemporanei hanno dei propri processi politici; pensiamo a Dante Alighieri,
un poeta eccelso ma un osservatore tanto acuto nella diagnosi quando disastroso
nelle proposte.
La sua idea di sostituire alla disordinata politica del Trecento “i due
soli” ha tutte le caratteristiche della perfetta rigidità dei sogni orwelliani:
il papa, dominatore delle questioni spirituali e l'imperatore, supremo
reggitore di quelle temporali; due grandi fratelli che, quanto a nostalgia
autoritaria, fanno il paio con la diarchia della Guerra Fredda ed i sogni di
G2, vanamente invocati dagli ultimi laudatores temporis acti.
Oggi noi sappiamo che, da un lato, il fermento dei comuni, delle
signorie, delle fazioni familiari fu l'humus che permise la fioritura dei potentati
italiani nel Rinascimento, ma che dall'altro mancò quel percorso che portò alla
nascita degli stati monarchici e imperiali moderni, poi trasmutatisi in potenti
stati nazionali.
La soluzione adottata dai vincitori del mezzo millennio successivo agli
sconvolgimenti trecenteschi? Limitare di nome e/o di fatto energicamente le
pretese papali, sino alla creazione di una chiesa o di un credo nazionale se
necessario, e concentrare tenacemente il potere nelle mani di un sovrano
temporale, ma non universale. La viva realtà era andata da un'altra parte
rispetto ai vagheggiamenti di un governo “perfetto”.
Dunque, con buona pace delle virtù della politica durante la Guerra
Fredda,
il reale della politica italiana non sarà razionale, ma ha la pregnanza delle
cose vissute e concretamente sperimentate. Eppure... c'è uno scarto visibile
non solo con il ventennio del '48 risorgimentale, ma anche con quello fascista
per antonomasia: tra Giovanni Gentile e Mariastella Gelmini o Valentina Aprea
c'è qualche parsec di differenza. Anche qui il presunto immutabile carattere
italiano non basta a spiegare né le costanti, né tanto meno le differenze.
Bisogna fare allora due operazioni per cominciare a darci delle risposte
operative: la prima è di guardare al futuro, cioè ai metadiscorsi sul futuro, e
contemporaneamente usare il caso italiano non come una bizzarra anomalia dello
spaziotempo politico, ma come un sofisticato strumento di rilevazione e di
scanning dell'oggetto di studio politica a livello globale. Arriveremo non solo
a capire perché la politica è oggi morta, ma come possa rinascere.
I discorsi sul futuro irresponsabile
Secondo il futurologo americano Jim Dator, già negli anni '70 si potevano
riassumere in quattro modelli le visioni del futuro:
·
crescita continua: nonostante le mazzate
della crisi del 2006,
è ancora il feticcio caro a tutti i benpensanti globali perché i suoi effetti
nel passato sono stati positivi e soprattutto perché dispensa dal pensare
seriamente al futuro. Se la crescita è continua, tutti crescono e tutto, prima
o poi, si sistema perché ce n'è per tutti. I passati 61 anni di crescita
continua raccontano un'altra storia: la crescita è continua solo per alcuni, a
spese di una maggioranza di paesi nettamente più poveri e regolarmente
salassati per sostenere i tassi di crescita dei ricchi. Dai sistemi
neoimperialistici delle due superpotenze si è passati a meccanismi più
raffinati ed indiretti (mercato, Washington consensus ecc.), ma la sostanza è
la medesima;
·
collasso delle strutture economiche: questo
futuro è quello temuto/sperato dagli apocalittici dei nostri tempi e parte
dalla convinzione che i limiti dell'espansione sono stati largamente superati.
La crisi economica è dunque una chiara campana a morto per il sistema;
·
società sostenibile e disciplinata: è la
terza via tra la cornucopia liberista e la quaresima malthusiana. Poiché la
crescita non è perenne e la catastrofe è devastante, è meglio trovare
un'alternativa che eviti il collasso. La difficoltà di questi scenari è per
convenzione nel disegnare una società a crescita zero, il che implica
un'economia a crescita zero, difficilmente conciliabile con i dogmi
dell'economia capitalista e non sempre distinguibile dalla depressione
economica;
·
trasformazione: sono gruppi di predizioni
che postulano una trasformazione profonda (non una transizione), generalmente
con l'avvento di una o più tecnologie che scatenano il cambiamento, tra cui i
grandi classici dell'intelligenza artificiale, della robotica, dell'ingegneria
genetica, della nanotecnologia, del cloud computing e della green IT. A questa
categoria appartengono anche le predizioni di una fuga dalla terra.
Se noi guardiamo a questi quattro futuri e ne vediamo la logica
implicita, si fa presto ad immaginarli su degli assi cartesiani definiti dalle
coppie di valori positivo/negativo irresponsabile/responsabile.

Figura 1. Collocazione dei futuri secondo assi di valore
Vediamo allora che l'idea che abbiamo del futuro è da quarant'anni circa
sotto il segno dell'irresponsabilità più o meno forte:
1. la
crescita continua è la favola della cicala, poi spacciata a livello globale con
la volgarizzazione della mano invisibile del mercato o ancor peggio degli
animal spirits del capitalismo nelle sue varie versioni (industriale,
finanziario, turbo e shadow). Non c'è bisogno di essere responsabili per
davvero, tanto si cresce sempre perché la provvidenza del mercato ci pensa da
sola;
2. il
collasso economico dovrebbe avere delle precise responsabilità, ma è il lato
indesiderato della crescita continua e quindi succede in modo che nessuno può
prevedere. La sua versione più attuale è quella delle bolle speculative (negli
anni dal 1970 al 1990 si chiamavano crisi economiche regionali) che hanno la
stessa struttura giustificativa che avevano i maligni influssi astrali per
spiegare la peste nel XVII secolo; una spiegazione pseudorazionale e fintamente
tecnica che sposta i termini reali del problema. Le bolle non capitano per
caso, si possono prevedere ed hanno responsabilità tutt'altro che nebulose;
3. la
trasformazione (non transizione) tecnologica ha invece un maggior contenuto di
responsabilità perché qualcuno la deve inventare, proporre, vendere, finanziare
e adottare. Tuttavia l'accento è sul lato mistico-magico della tecnologia la
cui azione sociale è salvifica per azione virale: questa è purtroppo anche la
logica sottesa a gran parte degl'investimenti in tecnologie verdi;
4. la
società sostenibile perché disciplinata invece non può avere componenti
d'irresponsabilità perché sarebbe una contraddizione in termini. È il “miglior”
che si vede e s'auspica, appigliandosi furiosamente al “peggior” perché il
discorso corrente non ne vuol sapere di por fine ad un pinocchiesco paese dei
Balocchi, anche se è in realtà una città di Acchiappacitrulli, dove solo gli
animali da rapina prosperano alle spalle dei gonzi che li votano;
5. a
nessuno sfugge che c'è un riquadro vuoto che corrisponde alla narrazione del
futuro negativo, ma vissuto responsabilmente. È psicoculturalmente chiaro il
motivo: nessuno vuole un futuro così e quindi lo si elide, inoltre pochissimi
accettano la sconfitta con il suo carico di responsabilità. Eppure è un futuro
tutt'altro improbabile che potremmo chiamare di una società disciplinata ed
insostenibile; i paragoni recenti che vengono in mente sono il maoismo del
Grande Balzo, la Jugoslavia, la Corea del Nord ed Israele.
Viste le premesse implicite di gran parte dei discorsi sul futuro (e
quindi di una parte della politica e di metà dell'economia, sotto la voce
aspettative+sentiment) vediamo dove si colloca il discorso più o meno implicito
del laboratorio di potere Italia.
Non vi è dubbio che il tema della crescita continua è ancora il caposaldo
dell'immaginario di tutti i decisori. Il problema è come riguadagnare
competitività, della ripresa che arriva, di come finanziare la ripresa,
rimettere in moto l'economia ecc. ecc. ecc..
A questo s'associa il tema della transizione tecnologica. L'élite
italiana in larghissima parte non vuole trasformazioni (ancor meno
rivoluzioni), ma si trova benissimo nelle transizioni, meglio se lunghe e
governate dagli oligopoli. Due esempi lampanti per il profano e lo specialista:
il telefonino e la RMA (Revolution in Military Affairs).
La tecnologia del cellulare è stata abbracciata entusiasticamente
dall'élite che ha dato un esempio impressionante durante gli anni '80 nel
democratizzare uno strumento concepito in modo assolutamente elitario nel resto
del mondo. Questo esempio, irriso all'inizio, ha contagiato il resto del mondo
ed ha cambiato profondamente l'interazione sociale: ma l'ha trasformata o
rivoluzionata? No, non ha cambiato i rapporti di forza ed economici che
strutturano la società, ma ha offerto una protesi comunicativa ed organizzativa
efficace alla famiglia italiana per
aiutare a tenerla assieme.
La Revolution in Military Affairs è stato un movimento di pensiero e di
business durato almeno tre lustri che ha coinvolto tutti i paesi NATO sotto
l'egida di Washington. Qualcuno ha visto effetti rivoluzionari nei militari
italiani? L'esperienza dell'Iraq e dell'Afghanistan non è troppo dissimile da
quella dei primi interventi all'estero più di 20 anni fa.
I decisori postpolitici dunque credono e investono capitale politico in
alcune innovazioni tecnologiche, colorandole secondo le loro esigenze
comunicative: meglio il nucleare, se usa il label destrorso, e viva le
rinnovabili, se c'è un logo dem.
Il primo test della significatività dello scanner Italia per capire cosa
non è la politica è appena avvenuto ed è positivo. Ci sono altri paesi che
hanno investito di più e con meccanismi di maggior trasparenza/competizione nel
telefonino e nelle alchimie elettroniche di guerra, ma hanno ottenuto risultati
in larga parte comparabili a parità di tecnologia impiegata.
E non poteva essere altrimenti perché la tecnologia è data da una techne
(capacità sistematica) e da un logos (un discorso ed una logica). Il logos
nella maggior parte dei paesi è lo stesso: crescita continua e conquista delle
capacità tecnologiche.
Il secondo test vedremo che sarà passato ancor più brillantemente e
riguarda i sintomi della globalizzazione. È impressione comune, e non certo
solo dei vecchi sessantottardi, che la politica non sia più quella di una
volta. In effetti non c'è più e basta.
Il Muro è crollato in UKUSA nel 1981
La data fatidica di questa mutazione - questa sì trasformativa – è stata
il 1981, quando il duetto Ronald Reagan e Margaret Thatcher avviò in parallelo
e di concerto quel movimento politicoeconomico e quindi sociale, che va sotto
il nome di deregulation. Non era possibile capirlo in quel momento, ma la
deregulation è stata la prima vera crepa nel Muro di Berlino perché ha
significato l'abdicazione dello stato dal controllo dell'economia, cambiando
completamente e per lungo tempo la relazione tra politica, economia, società e
cultura.
Reagan e Thatcher, pur essendo imbevuti d'ideologia sino al midollo, non
erano mossi da astratti furori liberisti, né da spirito caritatevole, ma da un
problema estremamente serio: recuperare la crescita economica. Per entrambi era
assai chiaro che, senza crescita economica, non si poteva sperare di mantenere
ed espandere il ruolo delle rispettive nazioni nella costosissima competizione
della Guerra Fredda e nei delicati equilibri tra alleati.
Le ricette che applicarono in concreto, oltre alle norme che liberalizzavano
settori chiave dell'economia, furono tutt'altro che basate sul libero mercato,
ma su un misto di strumenti addirittura di segno opposto e talvolta nettamente
arcaici.
Reagan ottenne la crescita della produzione con uno stimolo prettamente
keynesiano ma deliberatamente distorto verso lo strato ricco della popolazione
ed il complesso militar-industriale, un keynesianesimo militarista di destra
insomma.
Thatcher, dopo aver spezzato la resistenza dei sindacati minerari,
ottenne un aumento dei consumi privati per mezzo dell'espansione impetuosa del
credito attraverso un settore finanziario deregolato: le Reaganomics senza lo
stimolo fiscale.
Dall'altro lato della Cortina di Ferro, Mikhail Gorbaciov si rendeva
conto che il controllo dello stato sulla società e sull'economia era stato
completamente eroso da cinismo, corruzione e burocratismo per arrivare ad una
bancarotta occulta, mascherata appena dall'isolamento relativo dell'economia
sovietica rispetto a parametri comparabili con il resto del mondo.
Sperimentando per la prima volta le ricette poi riuscite a Deng Hsiao Ping,
egli cercò di liberalizzare relativamente la società e l'economia, mantenendo
l'egemonia del Partito Comunista Sovietico.
Fallì non perché il concetto fosse sbagliato, ma perché aveva
sottovalutato il potenziale dirompente dei nazionalismi all'interno della
costruzione multiculturale post-imperiale della costituzione sovietica.
Fallita l'ideologia del socialismo reale, non sembrava restare che il ritorno
al frusto concetto di nazione per suscitare almeno un simbolo identitario.
Toccò a Boris Yeltsin guidare un'ordinata ritirata politica e strategica
dall'Unione Sovietica al bastione russo (anch'esso discretamente
multinazionale) sullo sfondo di una caotica e rapinosa liberalizzazione
economica, evitando quanto meno un disastro jugoslavo condito di armi nucleari.
Questo fa capire immediatamente qual è il fondamento dell'isteria cinese
in materia di questioni nazionali o subnazionali all'interno del proprio stato.
Non c'è solo il recente esempio russo, jugoslavo, sudanese che agita i sonni
dei patrioti cinesi, ci sono tremila anni di storia in cui il paese si è
frantumato e ricostituito in selvagge guerre intestine.
Erosa l'ideologia della democrazia rappresentativa, non è peraltro
sorprendente che si tornino a sfruttare microidentità subnazionali anche al di
qua della Cortina, come in: Spagna, Francia, Regno Unito, Belgio, Danimarca,
Italia, Cecoslovacchia, Moldavia, Georgia.
Cosa ha sottovalutato la coppia Maggie-Ronnie? La potenza dell'economia
una volta liberata dal controllo dello stato. L'economia liberalizzata avrebbe
sviluppato, dietro la cortina fumogena della morte delle ideologie, l'ideologia
della scientificità assoluta dell'economia e, ancor peggio, della sua autonomia
piena e sovrana da qualunque altro logos intellettuale, morale ed ideologico.
Se la scuola realista pensava che lo scopo dello stato, tra le altre
cose, era quello di perpetuare ed accrescere il circuito della ricchezza
nazionale, è facile capire come irrealisticamente non abbia visto che
un'economia liberalizzata e globalizzata fa strame della pratica e della teoria
di società, politica, stato, democrazia.
“Non si può servire insieme Dio e Mammona”, un antico motto evangelico
che espone la fragilità della politica quando, laicamente e giustamente, lascia
fuori un pantheon di monoteismi sin troppo manipolati per il potere da qualche
millennio e tenta di conciliare nel binomio altri termini come “libertà”
“democrazia” “stato” “nazione”. Non si può.
Le democrazie cristiane italiana e tedesca non morirono per gli anni di
piombo o per gli scandali inevitabilmente esplosi, dopo che il tappo della
Guerra Fredda fu saltato, diventano etichette quando la Sozialmarktwirtschaft
(economia sociale di mercato) non è più attuabile in un contesto deregolato,
smaterializzato e globalizzato.
Postpolitica italiana: per chi suona la campana
La scena postpolitica italiana è ancora una volta un potente rivelatore
sociopolitico della globalizzazione. Prendendo spunto dall'avanzato marketing
politico statunitense, già impregnato di metafore economiche (to sell a policy,
to position a project, to buy a package, horse-trading, pork-barrelling, ecc.),
dopo il periodo d'affinamento nel duello Rutelli-Berlusconi (2001, non a caso
con mentori statunitensi dietro le quinte), la postpolitica italiana ha
completamente scavalcato le vecchie logiche politiche, ancora vissute ed
inscenate in altri paesi, per sostituirle sic et simpliciter con logiche
puramente economiche e di corporate marketing.
È facile ironizzare sul più visibile bunga-bunga della post-politica, ma
il caso italiano è come quello spagnolo nel 1936, “Per chi suona la campana”.
In effetti, fingendo d'ignorare l'evidente capacità innovativa politica
italiana (è un vizio vecchio dai tempi di Machiavelli e Maria de' Medici), gli
studiosi anglofrancofoni hanno potuto a lungo discettare sul complesso
militar-industriale americano o sugli stati neopatrimoniali africani con il
rassicurante implicito presupposto del “tanto a noi non capita”.
Ed è un errore perché lo stato del potere italiano dimostra con chiarezza
abbacinante che si può essere al tempo stesso:
I. reaganiani
senza un complesso militar-industriale, ma solo con una sua appendice
rappresentativa;
II. neopatrimoniali,
tenendo distinto il pubblico erario dalla cassa del principe, ma curando che ad
ogni legislatura il patrimonio del leader quintuplichi legalmente;
III. mantenere
l'impalcatura dello stato, privatizzandone estesamente le funzioni redditizie e
ad alto valore aggiunto;
IV. liberisti con un carico fiscale scandinavo,
differenziato per fasce di cointeressenza;
V. invocare
la competitività del lavoro in un ambiente a bassa competizione nel mercato;
VI. keynesiani con un gettito fiscale in calo,
scaricando i costi sociali e le utility più care sul risparmio privato, anche
se questo può deprimere i consumi privati.
È in Italia che si vede meglio il risultato dello tsunami del 1981:
·
il rischio d'impresa è stato spostato sulle
spalle dei lavoratori (non importa se manovalanza o mentevalanza);
·
la diminuzione del reddito da lavoro ha
implicato un aumento dei patrimoni, dai quali non si produce la fola del
trickle down benefico per i consumi di fasce medie e basse. Questa diminuzione
è stata invece compensata dall'aumento del debito pubblico e/o privato per
comprare il consenso e narcotizzare i consumatori/elettori con una superficiale
prosperità;
·
il risparmio non è più un valore perché quello
che conta è spostare l'estrazione di risorse dal reddito al patrimonio;
·
la cittadinanza non ha più dignità propria,
bisogna essere cittadino-consumatore, cittadino-risparmiatore per avere una
minima valenza nella considerazione politica.
Le conseguenze postpolitiche sono altrettanto evidenti:
·
l'economia capitalistica non è sinonimo di
democrazia, ma ha spiriti animali che portano all'oligarchia;
·
la divisione tra destra e sinistra
rispettivamente fautrici della produzione della ricchezza e della sua
ridistribuzione è concettualmente tramontata ed è politicamente inefficace.
Oggi la politica si è ridotta ad una variazione di grigi e salse mediatiche sul
tema di quanto produrre e quanto ridistribuire;
·
la postpolitica oggi è la gestione economica,
evidenziata dal sequestro del discorso politico da parte del discorso economico
e dall'ascesa al potere dei ministri delle Finanze, aiutati in questo da un
ventennio d'ingerenze del Fondo Monetario Internazionale nelle politiche degli
stati più deboli;
·
la collocazione dei partiti avviene rispetto
all'uso della spesa e del fisco, più una manciata di posizionamenti su temi di
valore (cioè di costume, più che di valore), un situarsi che segue gl'indici
del mercato politico (alias sondaggi). Dunque packaging e fiocchetti valoriali
sulla sostanza del denaro, che è il solo vero valore che determina il mercato politico.
Se la politica è mercato, il mercato non è politica e la politica non è
politica, perché c'è un'opposizione intrinseca tra mercato e politica (cioè
Mammona e Ragion di Stato).
È evidente che la postpolitica non è una categoria concettuale progettuale,
è semplicemente una constatazione di decesso resa ancora più problematica dal
fatto che, fredde intelligenze e cifre alla mano, l'autonomia dell'economia non
solo non riesce a imporre regole a se stessa, ma non è affatto l'efficiente
risolutrice di problemi collettivi. Perché questo è il punto essenziale, essa
risolve problemi individuali o di gruppi d'individualità, divide ma non può
unire. Non esiste il win-win, ma la constatazione che “in due, l'affare lo fa
uno solo” ed il resto è logomachia di contenuti intorno alla struttura di
numeri senza un senso intrinseco.
So much for the death of
politics. C'è ancora qualcuno che fa politica in un mondo globalizzato?
Se impieghiamo il parametro dell'indebitamento di un determinato paese facciamo
presto a vedere che, in genere, dovrebbero essere i creditori a far politica ed
i debitori no. Se aggiungiamo il secondo parametro, basato sull'attuale
dipendenza della politica dall'economia, il quadro è piuttosto sconfortante:
quasi nessuno, anche se le sorprese, a dire il vero, esistono.
Prendiamo tre famosi modelli di come si può gestire il rapporto fra
politica ed economia: Putin, Obama, Berlusconi.
·
Il modello Putin, ha come punti forti
l'attivo del bilancio ed il fatto che, certamente, ex-oligarchi ed investitori
nei settori strategici devono tener conto delle richieste del governo. In
effetti questo modello postula il controllo statale più o meno indiretto
sull'economia. Tuttavia esistono due pesanti ipoteche sulla linea d'azione
perseguita: la corruzione e le pesanti infiltrazioni mafiose mettono in dubbio
un reale controllo politico, ribaltando la forza del potere economico solo da
un'altra parte, il lato oscuro della globalizzazione e dell'economia. Inoltre
il potere politico evita riforme strutturali, affidandosi invece alla
modernizzazione tecnologica (cioè a quel discorso di un futuro a responsabilità
limitata già discusso prima).
·
Il modello Obama, vuole esplicitamente
mediare tra Main Street e Wall Street. Il primo punto debole sono i deficit nei
bilanci statale e commerciale, i quali condizionano pesantemente anche le
supreme scelte politiche tra pace e guerra. Anche George Walker Bush ne era
condizionato, ma si era nel periodo in cui si tentava il grande slam della
ristrutturazione del Medio Oriente e del mondo, fallita come ognun sa. Obama
deve invece gestire la ritirata strategica per una ricostruzione interna in
modo da poter riguadagnare potere e rilevanza. Lo fa con democristiana abilità,
ma è bloccato da un secondo condizionamento: tutte le persone chiave della sua
squadra escono direttamente da quel mondo che ha causato la catastrofe
conclamata nel 2008. Difficile che il lupo perda il vizio, ancor meno quando i
tea party forniscono la manovalanza politica di massa per le stesse politiche
turbocapitaliste ed oligopoliste.
·
Il modello Berlusconi, è esplicitamente
il tentativo di traduzione politica della supremazia dell'interesse economico
su qualunque altro interesse. Somiglia per molti versi al tentativo di Thaksin
Shinawatra in Thailandia, con la differenza che in Italia mancano le politiche
di sostegno agli strati poveri della popolazione, che invece avevano fatto la
fortuna politica del magnate dell'Asia sudorientale. Rispetto ai parametri
scelti, è debole su diversi fronti: un debito pubblico importante e una
dipendenza estrema dalla congiuntura economica, condividendo con il modello
russo i problemi di una vistosa corruzione e di una radicata presenza mafiosa,
cui si aggiunge una strutturale paralisi decisionale, indipendentemente dalle
maggioranze parlamentari..
.
Il resto dei BRIC non è che sia in una situazione migliore. Il Brasile ha
attuato una classica politica di conciliazione tra distribuzione e produzione.
Se vogliamo sintetizzare in modo giornalistico, Lula è un Obama con più poveri,
più petrolio, meno deficit e due guerre in meno. Il primo ministro indiano
Manmohan Singh fa marginalmente più politica solo perché ha un debito al 60%
del PIL e perché, essendo meno coinvolto nei meccanismi finanziari globali, può
e deve cedere alle richieste di sussidi da parte dei gruppi nazionalisti e deve
pagare ancora un bilancio di guerra. Senza il Kashmir, sarebbe interessante
capire quali altre visioni avrebbe la politica a New Delhi.
Spunti ungheresi e rifritture cinesi
L'unica sorpresa di sostanza e d'immagine è sinora visibile in alcuni
settori della destra europea. Sull'immagine è presto detto che bisogna vedere
quanto sia seria la proposta del presidente francese Nicolas Sarkozy a
proposito di una tassa dello 0,5% sulle transazioni finanziarie.
Sulla sostanza vale la pena di considerare le misure impopolari fatte
passare dal premier ungherese Viktor Orban perché le solite sono i tagli sulle
pensioni, sulla spesa sanitaria e sui sussidi di disoccupazione, ma quelle che
gli hanno valso l'etichetta di “populista” riguardano la rinazionalizzazione
dei fondi pensione privati ed una tassa temporanea sui bilanci bancari pari
allo 0,7%.
Già durante la scorsa estate la stampa corporativa finanziaria,
l'establishment FMI e le tre agenzie di rating avevano tuonato contro questa
misura ingiusta e punitiva (abbassando la classifica del debito), dimenticando
opportunamente che le tasse sono la contropartita per l'accordo del governo a
garantire gli asset tossici di cui le banche in loco avevano fatto indigestione.
Fallito l'argomento che Orban era un pazzo solitario (Francia, Germania,
Regno Unito e Corea del Sud hanno lo stesso tipo di tassa e l'Austria si sa per
aggiungere al club), il tasto viene battuto sull'esosità del prelievo, sempre
dimenticando lo sproposito che è costato salvare quelle banche complici della
creazione della bolla finanziaria.
Tuttavia, il sentiment di mercato è per il momento a favore dell'Ungheria, le
cifre migliorano e il rating non si è potuto abbassare.
Non è certo un nuovo modo di essere politica, ma lo spunto ungherese
contiene indicazioni interessanti: le esigenze sociali non sono riducibili ad
astratte misure di debito/PIL, i rating non sono il verbo (a meno che non lo si
accetti come tale), la politica ha un costo per l'economia che non si riduce
solo a quelli di PR e l'imposizione di tasse è un'evidente posta sostanziale di
sovranità.
La crisi dell'Euro, vista attraverso quest'angolazione, è la conferma di
una sostanziale abdicazione del simulacro della politica rispetto all'ideologia
economicista sia a livello nazionale che sovranazionale.
Resta l'ultimo dei BRIC il cui quadro è più complesso degli altri modelli
ed attori presentati, ma non meno fragile. Pechino ha un solido attivo di
bilancio ed un governo che non tollera concorrenza politica o ingerenza
economica esterna; tuttavia ha gli stessi problemi di corruzione e di mafia del
governo di Mosca con in più un problema di vuoto ideologico.
Non è un caso che Confucio sia stato rapidamente rimesso in auge dal
governo ed è naturale che sia così. Già da un quinquennio il Partito Comunista
Cinese ha capito e lasciato capire che la mistura pragmatica di nazionalismo e
capitalismo spruzzato di socialismo non era ritenuta sufficiente per dare
coerenza ad una costruzione sociopolitica in pieno rimescolamento ed impetuosa
espansione.
Il primo tentativo fu quello di riproporre il centralismo democratico di
gramsciana memoria (sotto l'etichetta di socialismo democratico, nel 2007
durante il 17° Comitato Centrale del PCC) e probabilmente non è risultato molto
convincente, né molto nelle corde della cultura nazionale.
Il secondo tentativo è appunto il neoconfucianesimo, ma basta questo
recupero in salsa social-capitalista? Onestamente no. Benché la dottrina di
Confucio contenga importanti valori umani, opposti al turbocapitalismo, non può
offrire risposte concrete in quanto la società con i suoi modelli che
dovrebbero accogliere il messaggio sono storicamente molto diversi; il
socialismo reale è finito ed il capitalismo inteso come crescita continua
anche. È un espediente con forti venature autoritarie per guadagnar tempo e
consensi, sperando che il risveglio politico globale non induca le masse cinesi
a spostarsi verso altri sistemi ideologici e sociali.
Il bisogno di crescita continua è la debolezza operativa politica
maggiore del governo cinese: se non espande la prosperità, espandendo la
crescita, come fa, non solo a mantenere il consenso sociale, ma semplicemente
ad occupare una forza lavoro inurbata al ritmo di 800.000 impieghi l'anno?
Il caso cinese fa vedere con grande chiarezza che la politica non può più
essere pragmatica, ma deve necessariamente reideologizzarsi, non per tornare ai
fasti e nefasti del XX secolo, ma per soppiantare l'attuale ideologia TINA
(There Is No Alternative) che ha compiuto il suo ciclo e prodotto disastri a
sufficienza, soprattutto sulla pelle dei più deboli e indifesi.
Come rinasce la politica
L'ideologia TINA è basata su tre componenti sinergici: il relativismo, il
pragmatismo e l'economismo. Il primo propaga l'idea che non vi sono verità, ma
solo opinioni contrapposte, inverificabili e di comunque di pari dignità. Il
secondo fa assurgere i fatti a dati significativi in sé che non possono essere
interpretati (tanto è tutto opinabile) e che non hanno bisogno d'essere
interpretati perché basta metterli in fila e parlano da soli.
Il terzo fornisce l'armatura concettuale autoreferenziale che permette
d'escludere quello che non è quantificabile/reificabile (dunque non
significativo) e di ragionare soltanto su quello che è traducibile in denaro,
evitando ogni concreto riferimento concettuale esterno. All'interno di questo
sistema non c'è effettivamente alternativa. Non importa che le teorie vengano
smentite, che i dati non siano certi e che i fatti tali non siano, esiste un
sistema di catalogazione ed un meccanismo concettuale che fa volentieri ricorso
a categorie astratte come “i mercati” o totalmente emotive (mood, sentiment)
per spiegare/giustificare di volta in volta l'esistente senza doversi sottoporre
a critica e senza necessariamente volere/riuscire a prevedere cosa accadrà.
Possono le religioni fornire una risposta ideologica alla politica?
Non sic et simpliciter e probabilmente non per i prossimi vent'anni. Le
religioni hanno il vantaggio di offrire una Weltanschauung (visione del mondo)
strutturata e, nel loro campo, abbastanza completa, ma soffrono di un limite
intrinseco e tendono ad essere inficiate da uno congiunturale.
La religione che fa politica perde la sua funzione primaria di dialogo
con l'Altro e di rappresentazione libera dell'Alterità in quanto alternativa
trascendente il potere. Religione e politica sono strutturalmente destinate a
corrompersi a vicenda con grave danno per entrambe, come hanno dimostrato la
lunga storia del potere temporale papale, della rivoluzione khomeinista, del
wahabbismo sunnita, e di molti partiti religiosi israeliani. Una chiesa che fa
politica rischia di non essere molto diversa dalla pletora di partiti in
circolazione.
Esiste naturalmente l'esperienza dei partiti democratici cristiani,
ripresa di recente con moduli differenti dall'AKP turco, ma congiunturalmente
l'ondata d'integralismo religioso che si è rovesciata in varie forme sul
pianeta dopo il 1989 e che non accenna a smettere d'esser sfruttata dai gruppi
d'interesse più retrivi, rende in larga parte difficile riproporre esperienze
del genere.
Resta allora da considerare che sia necessaria una nuova ideologia per
una politica in grado di saper raccogliere la migliore eredità del XX secolo e di
saper operare in un mondo in cui le vecchie categorie di stato, nazione e
democrazia parlamentare possano rivelarsi obsolete o irriconoscibili dopo la
crisi attuale.
Se dovessimo pensare ad una sintesi dei capisaldi di questa nascente
ideologia, vedremmo alcuni principi fondamentali:
·
Mondo, è la dimensione minima su cui
ragionare perché ormai sappiamo che tutto quello che noi facciamo, anche nella
sua più piccola parte, ha effetti che non si fermano davanti a nessuna
frontiera. Noi non sappiamo come verrà scelta la prossima classe politica, anzi
dobbiamo mettere in conto la decadenza degli attuali sistemi (tutti), ma è
evidente che un decisore politico, se non vuole preparare il suicidio della sua
collettività, deve pensare al mondo, la cui finitezza planetaria, ecosistemica
e di risorse è un laico dato di fatto.
·
Integrità, perché lo scopo di una società
non può essere l'accumulazione individuale o collettiva, ma lo sviluppo della
persona umana e delle sue relazioni collettive. Basta vedere i disastri sociali
ed individuali compiuti dal ciclone TINA nelle sue varie manifestazioni – non
ultimo lo tsunami economico attuale – per capire che, sperimentato questo
sistema da quasi un quarto di secolo, le alternative esistono rispetto ad un
lento suicidio collettivo. Queste alternative riguardano anche la Cina, che sta
provando sulla sua pelle i costi del liberismo fine e a se stesso e che guarda
invece ad una vecchia ricetta per uno sviluppo armonioso (e autoritario).
Integrità non vi può essere senza verità, per quanto essa sia difficilmente
conoscibile e conservabile.
·
Liberazione, in quanto le vecchie
statiche libertà, con tutto il loro fondante portato, sono state messe in crisi
(ancora una volta) dal tariffario di un'economia pseudoliberista e
profondamente oligopolista. La liberazione è invece un processo continuo che
parte dall'affrancamento del lavoro mercificato, elimina l'obbligo artificiale
di consumare e crescere senza misura, ed apre a nuove possibilità la società,
la politica e l'economia nella visione della centralità della persona e del suo
essere sociale. Se contano le persone, esse sapranno creare gli strumenti per
la loro liberazione, rendendo civile la società, dinamica la politica e
sostenibile l'economia.
·
Equilibrio. Bisogna uscire dalla falsa
alternativa tra crescita, depressione e crescita zero perché i tre termini
nascono dall'assolutizzazione e presunta autonomia dell'economia. Le condizioni
di equilibrio (per questo si discute d'indicatori diversi dal PIL) non sono
unicamente economiche e non basta che siano ecologiche, devono tendere ad
essere complessive, sapendo che una reductio ad unum è profondamente dannosa.
Da un lato nessuna nuova ideologia può salvare un mondo se i suoi
abitanti persistono nel volersi suicidare tra eccessi, disperazione,
denatalità, fame, guerre ed (auto)oppressioni assortite.
Dall'altro abbiamo bisogno di un sistema di riferimento nel mondo laico,
ma capace di saper dialogare autorevolmente con chi rappresenta l'oltremondano.
Se non abbiamo questa disponibilità ad uno sguardo circolare, saremo i nuovi
prigionieri della caverna di Platone, sulla cui parete si agiteranno dei pixel
senza senso.
La politica non rinasce solamente riprendendo il controllo di un'economia
chiaramente imbizzarrita ed incapace di mantenere le sue promesse di
prosperità, se non a prezzi insostenibili nel mondo sviluppato ed in quelli
emergenti. Un ritorno alle economie di stato, a partecipazione statale o
regolamentate alla vecchia maniera non sarebbe che il ritorno ad un altro tipo
di corruzione, già ampiamente comprovata.
La politica non può nemmeno appigliarsi più ai vecchi fantasmi
identitari, nazionali o subnazionali che siano, non perché non possa essere
conveniente per alcuni capitani di ventura etnici, ma perché i risultati sono
nettamente deludenti e vengono svuotati ogni giorno dalla logica di TINA. Come
sperimentano tutti i nazionalisti, una bandiera senza valori è uno straccio
agitato dal vento.
Invece di aggrapparci a vecchi feticci, che si sono rivelati micidiali in
Europa e nel mondo, dobbiamo creare nuovi sensi dell'esistere e quindi del far
politica, avendo il coraggio di ritrovare l'orizzonte di un bene comune che
includa liberamente quello individuale.
Secondo
Brzezinski l'interconnessione globale ha creato per la prima volta
un risveglio politico a livello mondiale per cui il controllo delle masse è
molto più difficile di una volta, anche per l'ex superpotenza statunitense. Le
conseguenze per la Cina di quest'intuizione sono ancor più preoccupanti. Nel
1999 al PCC è riuscito di schiacciare il movimento Falun Gong, ma dopo un
decennio le tecniche di comunicazione in rete, per quanto pesantemente
sorvegliate, spostano il vantaggio dell'asimmetria più a favore dei nuovi
oppositori. In più, la nuova glasnost (toumingdu),
rilanciata dal partito per diminuire la corruzione, rischia di essere un'arma a
doppio taglio; cfr. F. Sisci, Inizia la glasnost alla cinese, in La
Stampa, 5/9/2009, http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=98&ID_articolo=434&ID_sezione=&sezione=

A dire il vero non è un caso che in Grecia sia stato nominato Papademos ed in Italia Monti sia in corsa per un governo tecnico. È la dichiarazione più veritiera che la politica potesse fare in questi momenti: non abbiamo il coraggio d'immaginare, non sappiamo che fare, continuiamo ad abdicare al finanzcapitalismo.
Astraiamoci per un momento dalle raffinate e micidiali tattiche della politica nostrane e guardiamo alla carriera di questi due stimati uomini: vogliamo mettere in dubbio la loro integrità? No, sono le classiche persone da cui comprare un'auto usata è non solo sicuro, ma anche gradevole. Due economisti di valore, con un'esperienza considerevole e che ben conoscono i meccanismi di “mercato” per aver contribuito a crearli, consolidarli e svilupparli.
Ecco, come mai è possibile che questi tecnocrati possano essere altro che due fedeli esecutori del credo economicista che è stato il loro per tutta la vita?
Cosa possiamo aspettarci se non la puntuale applicazione delle cure da cavallo immaginate dall'FMI (un noto resuscitatore d'economie)? A Roma si dice: “Chi nasce tondo non muore quadrato”.
Per questo motivo vedo con autentico orrore sorgere all'orizzonte mediterraneo questa coppia nefasta: si chiamano Wolf e risolvono i problemi di società ed economie ingombranti, non funzionali alla semplificazione dei “mercati”. Se faranno strada, narcotizzeranno i paesi, li amputeranno delle loro politiche sociali, stordiranno per almeno un quinquennio la crescita e li restituiranno alla fine dell’'anestesia al dolore di una cura inutile.
Qualche bello spirito pensa che l'altra geniale coppia Merkozy abbia avuto uno slancio politico nell'immaginare un'area NEURO (Neues Euro – Nuovo Euro) riservata solo alla classe eletta delle AAA? Non è così, per mancanza di cultura, immaginazione e per piccina convenienza stanno facendo esattamente quello che i “mercati” chiedono: nel micro nazionale scaricare le masse di persone costose e nel macro europeo scaricare le economie costose.
Evidentemente non si accorgono che c'è un disegno politico chiaro, che si serve della guerra economica privata, per dare un colpo mortale all'Europa non solo come soggetto politico, ma anche come forza economica di mercato. Non vedono che le masse impoverite dei PIIGS non compreranno i beni franco-oland-finnogermanici, ma si butteranno sui beni a basso prezzo sinoindiani o turcorussi? Non capiscono che un Euro con quattro gatti ha la stessa sudditanza della sterlina britannica? Non pensano che adesso l'Euro deve difendersi alle Termopili greche se vuole vivere insieme all'Europa?
Le proposte concrete non mancano:
- svalutazione dell'Euro, controbattendo le svalutazioni competitive di dollaro e renminbi;
- acquisto del debito dagli stati e non dalle banche;
- creazione di un pool di debitori per negoziare, d'intesa con la Commissione Europea, il debito al di fuori dell'Europa;
- creazione di un'agenzia europea dei beni comuni per custodire i collaterali di debito dei debitori e amministrarli in modo efficace;
- far fallire le banche compromesse e trasformare quelle davvero salvabili;
- regolare la finanza ombra, tra le principali responsabili del disastro.
L'obbiettivo non è di pagare il debito a chi ha creato la bolla, è di uscire da una finanziarizzazione dell'economia che è stata montata in 30 anni e che sta conducendo l'intero mondo prospero ed indebitato (il fu Occidente) al suicidio.
Sorry Lucas, you are no Skywalker; sorry Mario, you are the Supermario of a game we don't play.

Mi sono preso la briga di leggermi i 100 punti della Leopolda lanciati dal prossimo candidato Matteo Renzi.
Confesso subito che, per chi, come altri, ha lavorato duramente nella Fabbrica del Programma, questi 100 punti sono un insulto all'intelligenza dell'elettore prima ancora che dello specialista impegnato anche nella politica.
Se quancuno obbietta che un programma di 178 pagine stravolto dai pasticci dei partiti d'allora non sia meglio, gli rispondo che due torti non fanno una ragione e che i soundbite tolgono anche il diritto alla verifica più approfondita.
La sezione delle istituzioni non contiene un solo contenuto politico ed istituzionale. È una litania di semplificazioni aziendaliste. Quale costituzione? Quale equilibrio fra i poter? Come restituire potere ad una politica ostaggio dei poteri privati ed economici? Silenzio neutrinico.
Noto solo en passant che le missioni militari italiane all'estero sono già razionalizzate, non sono in competizione con l'Europa e che i tagli selvaggi di questo governo hanno “razionalizzato” a dovere anche questo ministero di classe A, come tutti del resto, per non parlare di Pubblica Istruzione e Cultura.
Noto anche che delle 5 condizioni per l'amnistia condizionata ai politici una dev'essere rimasta nella penna o nel cut-and-paste. Anche per un format ci vuole più rigore tanto più che la strategia per il Mediterraneo è una collezione di margheritine Mulino Bianco, ma non ha nessun chiaro orientamento.
Nel tema 2 noto, oltre ad una congerie di ricette veteroliberiste, la totale assenza della lotta all'evasione fiscale per far tornare i conti. È un tema che è circondato da un interessante pudore: si dice no ai condoni (25) e sì ai sequestri di patrimoni gestiti da mafie (100), dicendo che possono avere un effetto analogo alla lotta all'evasione, ma la si cita una sola volta (o forse due con un recupero del 4% sull'evaso non si sa di che, 63). Che significa? Suona male per Marchionne e soci?
Vedo al punto 38 una lodevole attenzione alle aliquote rosa, ma molto superficiale. Quote rosa, magari nelle funzioni di vertice? Mai sentite. Leggi e controlli efficaci contro il mobbing? Mah. Protezione del diritto alla maternità e paternità? Già, con un'agevolazione fiscale.
La ricerca (45 e 46) è ridotta ad una questione di venture capital e d'incentivi fiscali. È un ridurre a cifre realtà che non funzionano solo pompando soldi e la sezione sull'università non aggiunge alcuna profondità a ricette terribilmente superficiali. Ha mai visto Renzi come viene divorato il tempo di un docente universitario? Parla di quella truffa che sono la lauree brevi? No, perché non rientrano nella sua cultura aziendalista.
Sulle energie verdi siamo ad un'affermazione di principi completamente slegata dalla realtà: si parla di ancora sussidi quando non solo andrebbero aboliti perché fonte di evidenti abusi, ma anche perché non ci saranno soldi per diverso tempo e perché con la grid parity cambiano completamente le logiche di mercato.
Al punto 70 si parla di ambasciate e siamo nel virtuale 2.0. Sarebbe bello se le funzioni diplomatiche tradizionali fossero superate dalla comunicazione diretta fra capi, ma la dura realtà è che gli ambasciatori contano ancora di più, una volta finite le kermesse dei summit. E le risorse per fare i promoter delle aziende all'estero? E poi a quali aziende? Solo FIAT e calibro simile o anche le PME? Ovviamente domande troppo concrete.
Silenzio completo sul capitolo sicurezza e criminalità. Silenzio siderale sulla riforma dell'economia finanziaria che ci ha condotto al disastro e sulle scelte di politica industriale future. Silenzio ermetico sulla tutela dei lavoratori e sul capitolo sicurezza del lavoro. Silenzio sul falso in bilancio e sui futuri conflitti d'interessi.
Taccio sul resto perché preferisco che persone competenti prendano il testimone e dicano cosa pensano in base alle loro conoscenze e non all'opinione da talk show.
Quello che vedo non mi è piaciuto ed è al di sotto dello standard Obama, che alla prova politica ha fatto molto meno dello sperato. Certo, Matteo Renzi sa comunicare quanto e meglio di Berlusconi, ma francamente la continuazione del mercatismo aziendalista semplificatorio con mister R al posto di mister B non è quel che si meritano gl'italiani.
Non vogliamo positioning, vogliamo visione; non vogliamo spot, vogliamo un discorso chiaro e compiuto; non vogliamo decisionismi velleitari, vogliamo coraggio competenza integrità responsabilità; non vogliamo il veteroliberismo dogmatico di fantomatici mercati e di veri oligopoli, vogliamo libertà. Se Renzi non ha capito questo, non ha capito cosa vuole davvero il mondo, di cui l'Italia è parte.

Dopo un paio di settimane si sono spente le eco dei parolieri di regime e si può vedere con più freddezza cosa è successo a Roma e, soprattutto perché.
Partiamo dalle dichiarazioni del signor ministro degl’Interni Maroni “Alla manifestazione hanno partecipato complessivamente circa 80.000 persone. Tra queste, oltre duemila antagonisti, almeno 400 dei quali di area anarchica.”
Bene, significa che sugli 80.000 manifestanti 1 ogni 40 era un violento. E la cifra stimata, manifestazione durante, è salita a 3.000. Come è potuta avvenire una simile infiltrazione massiccia?
Ammettiamo che invece i manifestanti fossero 200.000, allora la proporzione scende ad 1 a 100, forse molto più fisiologico, ma comunque rilevante per l’ordine pubblico.
Perché, davanti a segnali d’intelligence piuttosto precisi, si è deciso di mobilitare solo 3.000 unità delle forze di polizia? Non si può prendere l’iniziativa ed attaccare con una proporzione di 1,5:1, perché il difensore ha grande probabilità non solo di respingere l’attacco, ma anche di scegliere meglio dove concentrare la sua massa.
Tuttavia, questa volta le fonti anonime degli antagonisti black block (BB) rivelano, senza essere smentite convincentemente dalla relazione ministeriale, di essere stati solo 800 divisi in due “falangi” e suddivisi in batterie di una quindicina di persone. In questo caso c’erano 3,7 poliziotti per BB, ben sufficienti sulla carta, ma non nella concentrazione adeguata nei punti caldi.
Mancava anche, e questa è un’esperienza amara che gl’indignati italiani devono imparare, un servizio d’ordine. Qui è giusto dibattere se il servizio deve essere muscolare o non violento (propendo personalmente per la seconda scelta), ma non è più concepibile fare manifestazioni importanti lasciando campo libero ai violenti.
Problema 1: O le forze di sicurezza erano insufficienti oppure erano mal schierate.
Esistevano, secondo diverse fonti, in parte confermate dal ministro, diversi depositi di armi improprie. Il ministro afferma che c’è stato uno scambio efficace d’informazioni tra intelligence e polizia, ma troppi depositi sono sfuggiti al sequestro. Il problema dei depositi è vecchio quanto il G8 di Genova
Problema 2: Perché non si è proceduto ad una bonifica preventiva? Lo si fa per un sospetto di esplosivi e non lo si fa per armi improprie?
Molteplici fonti anche video, testimoniano dell’arrivo di ragazzi in nero con i caschetti da scooter appesi al fianco. La legislazione vigente impedisce di arrivare a manifestazioni con armi improprie e mezzi atti ingaggiare combattimenti urbani, nonché con mezzi atti a mascherarsi.
Problema 3: Perché non si è proceduto al fermo immediato di questi gruppi di gente facilmente identificabile?
I danni sono stati qualificati dal sindaco Alemanno per €1 milione e dal ministro in €5 milioni.
Problema 4: come sono state fatte queste stime? perché così discordanti? come mai danno adito al sospetto di sovrastima in un clima già avvelenato sul pessimo uso che si fa del denaro pubblico?
Il questore di Roma aveva dichiarato che il ruolo delle forze dell’ordine non era di essere ostili ai manifestanti, ma di garantire la libertà di manifestare. Questo evidentemente non è avvenuto.
Problema 5: Quali sono stati gli ordini politici impartiti alle forze di polizia?
Ovviamente dall’ultima domanda discende tutto il resto e né la relazione del ministro, né le domande dall’emiciclo anche da parte dell’opposizione si sono sognate lontanamente di toccare questo argomento non proprio secondario.
In questo ci aiutano però due cose arcinote: le prime dichiarazioni del ministro e lo storico delle esperienze del G8 di Genova.
L’on. Maroni ha esultato perché “Poteva scapparci il morto” e invece non è successo. Come successo è francamente minimalista: è ovvio che non debba scapparci il morto come è ovvio che i violenti vengano isolati prevenuti e arrestati (12 arrestati su 800 sono l’1,5%, un tasso d’impunità conveniente; che diventa lo 0,4% se si accetta la stima generosa del ministro).
Le esperienze di Genova sono una cartina di tornasole interessante rispetto a Roma. Manca il morto, manca la macelleria messicana della scuola Diaz, ma il risultato è lo stesso: la manifestazione pacifica salta. Invece sono ben presenti: gli sbarramenti e le difese pesanti alle zone rosse del potere, la facilità con cui i BB si raggruppano e si esibiscono e si vedono anche cariche ed attacchi assolutamente inspiegabili contro manifestanti del tutto disarmati.
Se a questo si aggiungono le interviste di poliziotti anonimi che sottolineano cattiva paga, scarso morale, responsabilità penale diretta per le manganellate (tuttavia non si ha tutt’ora notizia di poliziotti citati in giudizio, immagini alla mano), si capisce come, in aggiunta ad ordini desumibili, i funzionari responsabili abbiano esitato a prendere l’iniziativa.
Valutazione politica:
Al governo è convenuto
- evitare il morto,
- evitare che il centro di Roma venisse toccato,
- lasciare che i BB facessero saltare la manifestazione,
- usare le violenza per oscurare il messaggio politico degl’indignati,
- sfruttare il vandalismo sacrilego contro una chiesa perché messaggi non troppo subliminali si propagassero tra gli elettori della propria parte.
Saremmo interessati a vedere se l’opposizione, facendo il mestiere per cui è pagata, andasse più a fondo per capire se si è trattato d’inettitudine, colpevole inerzia contro manifestanti considerati comunque politicamente scomodi, teleguida attraverso l’azione/inazione verso i BB o una combinazione di questi fattori. Il resto sono solo chiacchiere e distintivi.
www.europeancommongoods.org

What does this crisis mean?
In times of emergency clarity of analysis and purpose is of paramount importance, especially when public leadership is so mediocre. In this first piece we will look first at the analysis framework at global level.
Forget about the markets. This is just a misleading shorthand expression that obscures a simple fact. The OECD has observed that, after decades of M&A, during this year 9 major economic actors control beyond 90% of the derivatives market (i.e. CDS, CDO, exchange rate swaps). They are:
· J.P Morgan, Bank of America-Merrill Lynch, Citibank, Goldman Sachs, HSBC USA;
· Deutsche Bank, UBS, Credit Suisse, BNP-Paribas.
This is an oligopolistic market where small stakeholders are just cannon fodder and governments have generally no sufficient financial muscle. These are the entities that make the market and break national financial reputations, economic fundamentals notwithstanding.
As everybody knows there are just three international rating agencies and one national:
- Moody’s, Standard&Poor’s, Fitch;
- and the Chinese Dagong.
Only a fool can imagine that these agencies and these nine global financial actors do not have significant interactions according to interests that are neither neutral nor transparent. The three Western rating agencies are called also the three sisters and they manage 85% of the market in what analysts like Frank Partnoy has called it a shared monopoly. The remaining 15% is the purview of Canadian, Cypriot and Japanese rating agencies.
Objective reporting and evaluating may happen for minor issues, but for the important ones it is well-nigh impossible, because the controlled companies are paying the controlling rating agencies. This is why the Chinese government has decided to create its own rating agency and has started fortifying its reputation by downgrading the US AAA credit rating.
This pseudo-market is far from rational: several analysts of all these entities, plus the ones of other institutional investors (hedge funds, pension funds etc.) are now so nervous that the main thing that they are watching is the quarterly national bond issues. They do not want to make errors, they do not want to be fired on the spot (hire and fire has perverse effects) and they are as short-sighted as their supervisors and managers. When the collective voting on a country rating in the board room starts from the juniors and the juniors signal thumbs down do you thing that along the line there is some senior with enough guts overturning the vote? Far too seldom.
On the other hand there is a fatal combination between the aforementioned behaviour and the fact that major investors have to use and to extract value from the massive liquidity injected by governments. This means that while a downgrading has a negative effect on minor investors who want to avoid the risk, it has a positive one for big ones who expect major short and long term gains from the failure or default of a country and withhold the money, increasing the pressure on the
country and facilitating the crisis.
Look at the countries. If you go back at the names we named you will see a predominance of US firms, two Swiss companies, one German and one French for the financial entities and two US and one half French for the rating houses (Fitch, which is also half UK plus the Chinese rating agencies. Put this simple question: “Why should they care about the tears-and-blood-cuts inflicted to European minor countries?”. They don’t in fact.
A sensible geoeconomic interpretation of this Euro mess is that the US-based financial interests, who are in a country of net importers and net borrowers, want more money after the 2006 crisis losses because they fear to lose the convenient platform of a rather dominant country whose dollar seigniorage is a force multiplier for their interests. The do not want an excessive depreciation of the dollar, but they definitely like the actual pressure on the Euro.
No matter if the banks colluded, misled investors and defrauded customers and governments, the real money will come from the cuts in the welfare of European countries, our welfare for which we paid with real money, not toxic papers. And the Swiss banks are in Europe, but not in the Euro zone. To make a long story short, the non-Euro actors are shorting the Euro, with China conveniently waiting on the river’s bank.
The first objection that could be put forward is that negative ratings have hit also the USA, but a rating is not the end of the world, especially if US-based actors can hugely profit and it is a convenient warning for Obama to stop trying to regulate the financial sector.
The second objection should be that also French and German banks are involved, but this is not relevant. France and Germany are the first big countries that violated the Stability Pact and are the two countries that now try to enforce new austerity and lending rules. They are leading the dances in Europe.
Follow the money. One would think that this economic and social massacre will in the end also damage France and Germany and this should bring to the senses also the respective élites. This is unlikely to happen. Both Sarkozy and Merkel are so myopic that, until it will be too late, they will be convinced that their countries will remain prominent, if not dominant, in a devastated continent, mirroring Britain’s special relationship folly.
Some more nuanced interpretation of the Franco-German position is that the governments are quite worried by what is happening but that they are incapable on one hand to break the dominant economic ideology, which is also widespread among their own electorates and on the other that they fear, like Obama, to lose the support of the financial élites. If this would be true, it would confirm that we are living with a generation of weak and indecisive politicians, who are even unable to tap into the support of their populations, because they are hostage of economic mechanisms that outstrip them.
But the most important thing is that their banks will firmly believe that they will prosper even without the Euro, because patriotic banks do not exist since their genetic map does not flag this sequence. As one small petty entrepreneur used to say “First come profits, then come wages”.
What are the proposals?
In the previous chapter we arrived at the conclusion that this crisis takes place in an oligopolistic pseudo-market where nine financial majors, colluding with the rating agencies, have decided to short the Euro for the prevalent advantage of US interests, while China takes an opportunistic position. These actors are banks and financial brokerage firms who are everything but patriotic, French and German banks included.
Today we will look at the proposed remedies, trying to comment them in their political essence and main effects.
1. Cuts and austerity
2. Budget balance in the constitution
3. EFSF/EFSM
4. Eurobonds
5. Collateral guarantee
6. Selling gold reserves
7. European Treasury
8. Leave the Eurozone
9. Smaller Eurozone
10. Disband the Eurozone
11. Not paying the debt
12. Odious debt
1-4 Cuts, blood and tears
The first four measures revolve all around the basic concept that the countries that are heavily indebted have eventually to pay with the money of their citizens the sums they owe to the markets. The crudest form is to start repaying without borrowing other money, EFSF/EFSM (European Financial Stability Facility/ Mechanism) and Eurobonds are softer variants: you get money to repay part of the debt and interests, so that your national payments and cuts can be relatively more gradual.
EFSF/EFSM are limited liability and solidarity mechanisms where the money lent through the bonds sold by these bodies is backed by the European Central Bank and the European Commission, also using the EU budget as a collateral guarantee.
It means that the nine financial major actors we mentioned previously (banks and brokerage houses) and that are the exclusive movers of the CDS, CDO, ERS markets know that eventually the money they want back is secured by the whole EU but up to a certain amount and indirectly by the 17 Eurozone governments. If the EFSF may be leveraged by a Special Investment Vehicle without an explicit lender-of-last-resort guarantee by the European Central Bank and/or Eurobonds is still an open question. Moreover resorting to leverage to avoid the effects of excessive leverage may not be an easy proposition to sell to the public.
Eurobonds instead imply an unlimited support and liability by all the partners of the Euro, especially Germany, the strongest country within this zone and also within the smaller group that enjoys a AAA debt rating (just five countries: Austria, Finland, France, Germany, Netherlands).
It is true that the devil is in the details, many of them are feverishly negotiated in these days, but in any case we are moving in a purely financial dimension, where real people, societies, politics and cultures are at a discount. Is this a serious perspective?
Political bottom line: the EU is trebly split by the fault lines of Euro ins and outs; countries under debt pressure (PIIGS); triple AAA countries and the others. Enlarging the area of the Euro is out of question for the next five years at the very best and keeping the area together is problematic. This group of measures, as they are presently carried out, will have two possible outcomes. The first is that five Euro countries will be bled white, ceasing to be relevant markets for Austro-German exports and depressing the EU growth rates. Five other countries (or four if France will be downgraded) will keep their AAA and grow economically, while the remaining seven countries will orbit more heavily around this nucleus. To put it bluntly: the EU will stay together like Bosnia-Herzegovina today. And if you look at this PIGS debt chart, the dismembering along debt lines pulled by the strongest creditors appears very clearly.

The second outcome is that the Eurozone will split and political Europe with it. There will be an Asterix-like Siegfried village, an enclave in a partitioned Europe, the BRIC being among the more credible candidates in taking slices. It will not be the Berlin Wall, everything will be done softly, but countries will lose sovereignty even if retaining their political systems under a Hong Kong rule. True, in the next decade the BRIC will be unable to take global leadership, but in the meantime they are perfectly capable to take advantage of the Western folly.
In a rational world it would be unthinkable to see Northern Europe renouncing to a vilified, but useful Southern Europe (a precious market and a useful wage compressing factor, just to mention two important aspects), the “turbocapitalist” ideology of financial markets is as rational as First World War generals imbued with Napoleonic doctrines.
They launched wave after wave of infantry against barbed wire, machine guns and artilleries exactly as today masses of savings and small savers are thrown into the furnace of austerity: a bloody, inglorious and useless massacre. In fact the Italian Finance minister, Mr. Tremonti, wants to erect a monument to the Italian saver, similar to those dedicated to the unfortunate soldiers butchered in the trenches. Woe to us!
5-7 Guarantees and Eurotreasury
Since one of the real causes of the crisis has also been the lack of budget, fiscal and economic convergence among the partner of the Euro, this group of measures tries to get out of the purely financial dimension. The first two (collaterals and selling gold reserves) are stopgaps. In the first instance it means that the trust in debtor countries is so low that European loans are equivalent to a pawnshop. Practical for the creditor and disastrous for global confidence, even if collaterals are invoked as necessary to contain the spreads between bonds. The second case is a desperate measure: Qadhafi tried to sell Libyan gold reserves still in his possession to finance his guerrilla, but Portugal or Greece are not in these dire straits. Moreover massive sales of gold are likely to depress the price of this metal and could cover only a small part of the debt.
Setting up a body, pro tempore called European Treasury, to co-ordinate fiscal and budget policies is a sensible move and an inevitable one if one wants to act on some root causes of the crisis. It is not impossible that, under duress, European governments might agree on this measure, but past experience is in general very disappointing regarding the effective power these bodies have.
8-10 Playing with the Eurozone
Leaving, downsizing or disbanding the Eurozone seem all sensible propositions in view of the crisis that Europe is undergoing. If five members are sea-sick and useless, why not throwing them over board? If the mast risks to crack, why not cutting the sails? If the ship has a huge leak, why not sinking it altogether? The three answers that mirror the respective proposals point all in the same direction and to the same logic: short-sightedness and lack in planning for the future.
Where will be growth and for whom will it be if the Eurozone loses one third of its partners? What will be the strategic impact of a smaller Eurozone? And what our individual and collective destiny if the Euro founders? If people are unable to provide convincing answers to these simple questions it means that these proposals are less good than they appear.
Who will really profit from all this? Not the Europeans, nor the governments, but speculators and foreigners, who do not give a fig for our interests yes, they will indeed.
11-12 This debt stinks
The last two ideas have in common the idea that the way the debt has been created and the methods used to pay back are deeply unjust and that the situation needs drastic measures. The most seductive is to follow the example of Argentina. In the late ’Nineties Argentina was submerged by debts and, after having tried the usual disastrous IMF austerity measures, the country decided to default at the beginning of 2002, that is not to pay $93 billion.
In the end 76% of the old bonds were re-negotiated into new ones for a nominal value that was 25-35% of the original one and with longer repayment terms, but until Buenos Aires did not start repaying these bonds in 2006, the country was shut out of international financial markets. Many bond holders (possessing 25% of the debt) did not accept these terms, but they were not considered.
Is it a practical proposition for the group of countries actually under pressure? No. because they would damage also their strongest Euro partners, further eroding an already shaky European solidarity, and they could not in the end devalue their own currency. It would be a waste of time, money and effort.
By the way, if Argentina continues its deficit spending, it risks to face a financial community that has learnt the lesson from the last, and perhaps unique successful default.
The idea of classifying these debts as odious debt is more complex, because odious debts are those contracted against the interest of the country and its citizens, without their consent and without full knowledge by the debtors. In practice who lends money to a country without transparency and strengthening its debt bond, with the complicity of the debtor government, is a loan shark and should be treated as such.
If the concept is applied indiscriminately or arbitrarily it will dent the reputation of countries and the confidence of the loaners, which is self defeating and less useful than directly nationalizing the holdings of these banks and brokers.
But a serious debt auditing in order to enforce political and financial transparency is useful for the indebted countries and for the best practices of lenders, in order to clean the market from unscrupulous operations, although it cannot be a stand-alone measure. In the next chapter we shall see how to combine different approaches for a solution benefiting the European general interest.
Sensible solutions
It is easy of course to criticise the ideas coming from other quarters, but sooner or later one must bite the bullet and do the homework: here are our proposals and their underlying logic.
First the rationale. We simply do not accept solutions that pretend to solve the issue by purely financial or economic means, we honestly believe that the future of our Europe (i.e. of women, man, children) is not a matter of numbers. It is instead a political choice, that is a choice about how to think one's own life and hence a range of ways of life.
We want solutions that take into account the following aspects and can resumed in the WHOLE acronym:
ñ World, that is being locally responsible for the wider impact, because there is global common good;
ñ Humanity One-to-One, developing individuals and their collective relationships
ñ Liberation, a continuous process to reach new liberties, starting from the emancipation from commodified work, the obligation to consumption and unrestrained growth, all consequences of the idolatry of the market
ñ Equilibrium, a comprehensive human condition that allows for balanced growth, beyond just economic indicators.
Following this underpinning logic we propose the combined and joint use of the following instruments:
Following this
underpinning logic we propose the combined and joint use of the following instruments:
- debt
auditing
- weeding
out bad banks
- transforming
banks
- international debt
swapping
- debtors’ club
- European
Common Goods Agency
- controlled
default
- pop
economy (share & swap)
These means are listed
as a sequence but can be employed synergistically and, if necessary, in
overlapping time phases.
Debt auditing
The first thing is to
conduct a transparent and impartial debt auditing because it is the essential
precondition to understand who owes what to whom and, most important, why. At
the end of the process, a number of debts may be classified as odious in form
and/or substance, meaning that the reasons and modalities that lead to their
formation was fraudulent and with no real advantage to the state and the
communities.
This audit can be
carried out at national, European and/or IMF level, but it must be thorough,
transparent, ruthless and quick. It is a powerful signal to speculators that grey
zones will not be tolerated, will be exposed and shall not be repaid.
The normal objection is
that there are no established rules covering the structure of national budgets,
so that it is difficult to establish criteria for the debt auditing. But we are
in exceptional times and if this means that politics have to work in a de jure
condendo area, where new rules have to be set, let it be. Financial capitalism
has established de facto, without any democratic consent or control, lots of
rules for its exclusive advantage, so political and social bodies should have
no legalistic qualms. We want our money back.
Weeding out bad banks
Step two, bad banks have
to fail in a more or less controlled way, safeguarding in first instance
collective and public interests. Pumping money into companies that have already
wasted a lot of resources simply does not make sense, even more because a
University of Michigan study has shown that bailed out banks have continued to
make risky investments. It is of course a scalpel that must be used with wisdom,
but bad banks are cancer and bad managers are economy polluters. Full stop.
Transforming banks
There are instances where
other techniques can be more cost/effective than letting fail. Banks that are
in critical conditions could be either nationalised (if the sunk costs are
acceptable at political and budgetary level) or recapitalised but following
conditionality clauses that induce the bank in investing for 10 years in real
economy projects and not in financial speculations. Another area that could be
considered transforming regards shadow finance, that acts today in a grey zone
out of any reasonable control and safeguard.
International debt swapping
This measure is, from a practical point of view, of limited usefulness, but it may have a further psychological effect on the “markets” and on sovereign creditors. These creditors, for the sake of their own self-interest (the preservation of a consumer base in stabilised markets), may agree to swap bonds or other forms of debt with their debtors.
It amounts to waiving off a certain amount of debts that are already de facto irrecoverable and with an irrelevant interest rate, but, once again, it allows a transparent and orderly definition of debts, neutralising the obvious market manipulations that we are witnessing against the Euro today - and other economies tomorrow. This is something that is already practiced.
Debtors’ club a.k.a intelligent solidarity
It is unbelievable, but
it is true: European solidarity is sorely missing from the debate. One could
imagine that, when money is at stake we revert at the homo homini lupus stage between have and have nots. Yet it is
even more incredible that common sense literally is missing even among actors
that have everything to gain from teaming
up. The PIIGS, instead of being weak divided and insulted, could create a
debtors’ club in order to negotiate better credit terms just because together
they are too big to fail.
European Common Goods Agency
This is the central part of our proposal. Why on Earth European countries should sell around their assets to make money to repay dubious financial debt recovery schemes? Why some European countries like Finland should be alone in asking collaterals for their contribution to the stabilisation of weaker economies?
The essential political point is simple: united we stand, divided we fall.
If we foolishly play with European solidarity and integration, we are playing with our mutual assured destruction, partition and subjugation. A soft one, but nonetheless a real one. And frankly a master is a master, no matter his birth or skin colour.
We are proposing to create a European Common Goods Agency where the assets of indebted countries are transparently, efficiently and equitably managed until the countries in distress can reclaim them.
This agency shall be public or predominantly public and must take decisions that couple industrial policy choices, good management and the public interest of European people, not just countries. It will be the collective guarantee for the support that only Europeans can realistically have the interest to give each other.
The political credibility of the public nature of this agency should be reinforced by popular shareholding in the form of Euroshares with specific provisions safeguarding against any form of raid undermining its European and public character.
Purely financial solutions will not solve a problem that consists in the lack of political direction and social vision at continental level. This is a choice of political economy, it is consistent with the WHOLE logic and ideology we have exposed before and it is the best guarantee that we can offer to international “markets” because it shows our common resolve in pulling us out by our combined effort.
It is a heavy political challenge, but freedom needs that we Europeans face this battle for Europe’s political and social integration and win it. If we win we will establish an example for the freedom of all the world, if we defeat ourselves we will just anticipate the catastrophe of the rest of the globe.
Controlled default
We believe that is important that debts are honoured, because this is one of the basic measures of trust in any global system, but we disagree strongly with any old or new version of debt bondage.
Since, until 2006, the classic economic consensus was that debts had not to be repaid, but just rolled with new and more sophisticated ways, we draw the consequence that debts are not an absolute entity, but they can be negotiated. Today controlled defaults are not considered an unlikely event.
If some country wants to play hard, there is no problem, but just a prisoner's dilemma: shall we co-operate and bargain or shall we die together? When a continent is faced with debt bondage, it has not much to lose.
The important thing is that we do not allow single countries to default, but we negotiate the default as the whole Euro zone, and this is something with evident advantages precisely for the AAA countries. By the way these countries, instead of dreaming about a suicidal NEURO (New Euro), could already work to create a common fiscal area that would re-start the enlargement process on a new basis.
Pop economy
Economies do not fall from the sky, they are the product of concrete social, cultural and political interactions. This turbo-capitalist economy is ending its cycle after 30 years and it is time to imagine a new world, where brute property is overcome by the concepts and practices of sharing and swapping, called also Access Economy.
It is not the immediate solution to this crisis, the Thermopylae of our times, but it is the perspective of a new, WHOLE society and way of life.
| inviato da
ilPoliti il 27/10/2011 alle 23:43 | |
Scemi di guerra in tempo di pace

http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=hotresaula&id=1&mod=1318950095000&part=doc_dc-ressten_rs-gentit_idmdisiaardlmds15oe&parse=no&aj=no
Legislatura 16º - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 626 del 18/10/2011
(Bozze non corrette redatte in corso di seduta)
Informativa del Ministro dell'interno sugli incidenti avvenuti a Roma durante la manifestazione di sabato 15 ottobre e conseguente discussione (ore 16,37)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: «Informativa del Ministro dell'interno sugli incidenti avvenuti a Roma durante la manifestazione di sabato 15 ottobre».
Ha facoltà di parlare il ministro dell'interno, onorevole Maroni.
MARONI, ministro dell'interno. Signor Presidente, onorevoli senatori, sabato pomeriggio, a Roma, la cieca violenza di tremila delinquenti incappucciati ha oscurato la protesta di migliaia di persone che volevano solo manifestare pacificamente. Abbiamo visto materializzarsi una nuova e per molti versi inedita forma di terrorismo, che potremmo chiamare "terrorismo urbano": quasi tutti italiani, nessun black bloc venuto dall'estero (come invece avvenne a Genova dieci anni fa), persone appartenenti agli ambienti di matrice anarchica e frequentatori più o meno abituali dei centri sociali.
Scene di guerriglia urbana in una piazza simbolo della vita democratica del nostro Paese hanno prevalso sui cortei e sugli slogan di una generazione preoccupata per il proprio futuro. Eppure le immagini dei roghi, dei saccheggi, degli scontri con le forze di polizia - che hanno scioccato tutti i cittadini perbene - avrebbero potuto essere anche peggiori. C'era l'intenzione di assaltare le sedi delle istituzioni repubblicane, in primo luogo Camera e Senato, e ciò è stato evitato. C'era la volontà di ricreare l'incidente che è avvenuto a Genova, e solo la professionalità delle forze dell'ordine ha impedito che ci scappasse il morto. Per questa ragione, ringrazio ancora una volta il prefetto e il questore di Roma, che hanno organizzato i servizi (Applausi), e le forze dell'ordine, che hanno gestito una giornata difficilissima (Applausi), garantendo il diritto di manifestare e contrastando questi gruppi organizzati di violenti.
La gestione dell'ordine pubblico è una materia molto complessa, in cui - anche facendo tesoro dell'esperienza maturata negli ultimi dieci anni - le forze di polizia hanno sviluppato grande professionalità nella gestione dei servizi sul campo. Voglio citare, a questo proposito, alcuni dati: dal primo gennaio al 15 ottobre di quest'anno si sono svolte in Italia 7.905 manifestazioni di rilievo, che hanno richiesto l'impiego, ad integrazione delle forze territoriali di polizia, di 674.147 unità di rinforzo, con un incremento del 29,3 per cento rispetto all'analogo periodo del 2010. In questo contesto, solo durante lo svolgimento di 131 delle quasi ottomila manifestazioni che ho citato - ovvero nell'1,6 per cento delle iniziative svoltesi - si sono verificate situazioni di criticità per l'ordine e la sicurezza pubblica, con il conseguente intervento delle forze di polizia, con azioni di contenimento o anche con cariche di alleggerimento. Questo, per dire quanto buona sia, nel complesso, la gestione della piazza e delle manifestazioni, da parte delle forze dell'ordine.
Prima di procedere alla descrizione di quanto accaduto a Roma, voglio subito anticipare le mie conclusioni su una questione che ha alimentato polemiche, che sono destituite di fondamento, e cioè che non si è fatto abbastanza sul fronte della prevenzione per impedire a questi violenti di giungere a Roma. I vertici delle forze dell'ordine e dei servizi mi hanno confermato due convinzioni che ho maturato. In primo luogo, le informazioni sui movimenti di questi violenti c'erano tutte: c'è stato uno scambio di informazioni da parte dei servizi e delle DIGOS, ma le attuali norme di legge non hanno consentito e non consentono di procedere ad azioni preventive di polizia (fermi o arresti) di chi è solo sospettato di voler partecipare a iniziative di violenza di piazza.
A titolo di esempio, segnalo un fatto avvenuto nella mattinata del 15 ottobre, poche ore prima dell'inizio della manifestazione: i carabinieri hanno fermato quattro persone, presso la località Castel di Leva, appartenenti all'area anarco-insurrezionalista, che erano dirette alla manifestazione di Roma e che, all'interno della loro autovettura, trasportavano caschi da motociclista, parastinchi, 500 biglie di vetro, mazzette da muratore, una fionda professionale, un piede di porco, nonché una piantina della città di Roma. I quattro sono stati trattenuti, identificati, denunciati, ma poi rilasciati, non potendo i carabinieri trattenerli perché non avevano ancora commesso il reato di violenza e resistenza che si apprestavano a compiere di lì a poco. È per questi motivi che intendo proporre al Parlamento l'adozione di nuove misure legislative, per consentire alle forze dell'ordine di fare ciò che ora non possono fare, cioè intervenire con efficaci azioni di prevenzione per impedire che le violenze vengano effettivamente attuate.
Veniamo ora alla manifestazione. Come sapete, nel pomeriggio di sabato, indetta e preavvisata dalla Confederazione COBAS, si è svolta a Roma la preannunciata Giornata europea dell'indignazione, con corteo da piazza della Repubblica a piazza San Giovanni. Alla manifestazione hanno partecipato complessivamente circa 80.000 persone. Tra queste, oltre duemila antagonisti, almeno 400 dei quali di area anarchica. L'attività informativa aveva evidenziato l'esistenza, nel circuito antagonista, di significative diversità di vedute sulle modalità attuative della mobilitazione. Le anime più radicali del movimento in particolare (rete Roma bene comune, settori dei collettivi universitari, alcuni centri sociali) erano fermamente convinti della necessità di dare un'impronta di dura contrapposizione all'iniziativa, con fronteggiamenti e scontri con le forze dell'ordine, e così anche la componente anarchica.
Numerose segnalazioni sono state trasmesse da parte delle DIGOS di diverse città italiane proprio in riferimento alla partenza per Roma di elementi della componente anarchica. Dal circuito estero di informazione, invece, non sono pervenute comunicazioni di partenze per l'Italia. Alla luce delle notizie acquisite, il dispositivo di sicurezza pianificato da prefetto e questore ha previsto la protezione di tutti gli obiettivi sensibili, in particolare le sedi istituzionali di Camera e Senato. Peraltro, secondo le informazioni pervenute dai servizi di intelligence, esponenti anarchici e connessi aderenti alle frange ultras delle tifoserie di Roma e Lazio si sarebbero radunati in piazza del Popolo per scontrarsi con le forze di polizia.
È stato pianificato un corposo dispositivo in altri punti della città, con nuclei mobili e contingenti di riserva per eventuali interventi in caso di necessità. Anche in piazza San Giovanni è stato predisposto un nutrito contingente di forza pubblica. Per la sicurezza dei manifestanti pacifici, oltre ai consueti servizi in testa e in coda, il dispositivo è stato integrato da ulteriori contingenti che anticipavano in profondità e seguivano a distanza lo snodarsi del corteo.
Complessivamente, il 15 ottobre, nell'arco delle ventiquattr'ore, sono state impiegate 3.000 unità di Polizia, Carabinieri e Guardia di finanza, unità coordinate da 107 funzionari dello Polizia di Stato. Sono stati altresì dislocati nuclei mobili di fiancheggiamento del corteo, il cui contributo si è rivelato risolutivo nel contrastare i diversi tentativi, da parte dei violenti, di forzare e superare gli sbarramenti lungo via Cavour.
L'afflusso dei manifestanti in piazza della Repubblica è avvenuto ordinatamente. Il corteo ha avuto un regolare svolgimento fino al largo Visconti Venosta, dove alcuni soggetti travisati hanno danneggiato un supermercato e incendiato due auto. Contestualmente si sono registrati tentativi di forzatura degli sbarramenti lungo via Cavour, con l'intento di provocare l'apertura di varchi da sfruttare per raggiungere le sedi istituzionali.
Al verificarsi dei primi episodi di violenza, è stato ipotizzato un intervento dissuasivo, con l'impiego dei contingenti di riserva predisposti a ridosso di via Cavour. Tuttavia, il dirigente responsabile presente sul posto, ritenuto di dover garantire la sicurezza dei manifestanti pacifici che sfilavano compatti a distanza ravvicinata dal gruppo dei violenti, ha deciso di non intervenire.
Da tale momento i contingenti di fiancheggiamento, allertati per l'imminente intervento, hanno seguito lungo le vie laterali l'itinerario del corteo in corrispondenza del gruppo di violenti. Analoga situazione all'altezza della fermata Metro Colosseo, dove il gruppo di violenti si è ricompattato. È stato fatto convergere sul posto un contingente nutrito di reparti inquadrati, ma il dirigente responsabile, valutata la persistente compattezza tra manifestanti delle diverse estrazioni, ha comunicato l'inopportunità di procedere all'intervento per la mancanza delle condizioni minime di sicurezza.
In diverse occasioni, inoltre, in vari punti del corteo, sono state registrate aggressioni fisiche da parte delle anime violente in danno di gruppi di manifestanti pacifici in forte dissenso con le azioni dei primi.
La prima condizione ambientale favorevole per intervenire è stata individuata in corrispondenza dell'intersezione tra via Labicana e via Merulana. Contestualmente allo spostamento dei reparti, il gruppo di violenti ha danneggiato anche con il lancio di bottiglie incendiarie un edificio del Ministero della difesa.
L'intervento delle forze dell'ordine, con cariche protrattesi per alcuni minuti, ha consentito di disperdere il fronte, che si è successivamente ricompattato avanzando verso piazza di Porta San Giovanni, dove nel frattempo era giunta la testa del corteo.
Al fine di tutelare l'incolumità delle decine di migliaia di manifestanti in marcia verso piazza San Giovanni, a richiesta del promotore dell'iniziativa, l'itinerario del corteo è stato deviato su via Merulana. Altri contingenti sono stati fatti convergere nella zona di via Emanuele Filiberto e via Carlo Felice, dove si stavano verificando lanci di oggetti, grossi petardi, bottiglie e sassi verso le forze dell'ordine.
Le fila dei violenti sono andate via via ingrossandosi fino a far ritenere attendibile una stima di 3.000 presenze, e a questo punto il dirigente responsabile ha disposto l'utilizzo di tre mezzi speciali muniti di idranti. Erano più di vent'anni che non venivano usati, e mi sembra che l'utilizzo sia stato molto utile.
Per tutta risposta i violenti hanno tentato di accerchiare i reparti, utilizzando transenne e pali della segnaletica stradale divelti, picconi ed armi improprie. In supporto sono stati fatti convogliare sul posto ulteriori reparti, fino ad arrivare ad un numero di circa 400 unità operative. I contingenti sono stati accerchiati dai violenti, alcuni dei quali addirittura si arrampicavano sui mezzi blindati per aprirli: in questa fase, il conducente di un autoblindo dei carabinieri è riuscito ad abbandonare il mezzo prima che gli aggressori riuscissero ad incendiarlo.
Compattati i reparti a ridosso di piazza San Giovanni, intorno alle 18,30 i violenti sono stati respinti e dispersi verso via Merulana, dove sono stati ulteriormente caricati dalle forze dell'ordine, che hanno così sventato l'assalto alla caserma dei Carabinieri di via Tasso nonché l'incendio di un distributore di benzina di via Merulana.
Da ultimo, intorno alle ore 20, interventi dissuasivi sono stati necessari in piazza Vittorio, dove si sono registrati gli ultimi atti di violenza.
Per quanto concerne i numeri dell'attività di contrasto, sono stati tratti in arresto 12 partecipanti agli scontri; altri 8, di cui 6 minorenni, sono stati denunciati in stato di libertà.
Personale della DIGOS, nelle fasi di tensione registratesi all'interno del corteo tra i violenti e i manifestanti, in via Cavour ha proceduto al recupero di una borsa contenente nove bottiglie molotov confezionate con stoppino e un'altra bottiglia piena di benzina. A piazza di Spagna, invece, nei pressi di un istituto di credito, sono state trovate numerose spranghe in ferro e pietre.
Al momento, si lamentano 105 feriti tra gli appartenenti alle forze dell'ordine, di cui 58 dell'Arma dei carabinieri, 35 della Polizia di Stato e 12 della Guardia di finanza. Risultano feriti anche 35 manifestanti.
Da un primo bilancio, risulta che sono state bruciate nove auto, sono stati frantumati varie vetrine e bancomat di istituti bancari e bruciati diversi cassonetti, distrutto un mezzo dei carabinieri e danneggiati numerosi altri mezzi delle forze dell'ordine. In via Labicana è stato danneggiato il portone centrale e sono state bruciate alcune porte e finestre interne di una caserma del Ministero della difesa. Sempre in via Labicana un gruppo di violenti ha poi frantumato la statua della Madonna di Lourdes, ubicata all'ingresso della chiesa Santi Marcellino e Pietro.
Nei pressi di piazza Tuscolo, sono stati registrati danni presso la sede del PdL, all'esterno della quale sono stati incendiati cassonetti, addossati alla porta d'ingresso.
Nel complesso, i danni sono pari a circa 5 milioni di euro.
Chi sono i violenti? Per quel che riguarda la componente romana, certamente hanno partecipato alle violenze alcuni dei gruppi più radicali dell'antagonismo individuabili nel centro sociale Acrobax e nel gruppo dei RASH (Red anarchist skinheads), molti dei quali appartenenti al gruppo ultras romanista dei Fedayn. Agli scontri avrebbe partecipato anche un ristretto gruppo di elementi tra i più radicali dei Disoccupati organizzati napoletani.
Tra i fermati figurano persone provenienti da Bari, Varese, Brindisi, Siracusa, Trento, Frosinone e della provincia romana. Dei dodici arrestati, nove sono residenti a Roma e provincia, e solo uno di loro era in precedenza noto agli atti DIGOS per essere stato denunciato per un rave party. Uno, invece, studente a Bologna, appartiene al gruppo CAOS (Comitato autonomo organizzazione studentesca) ed ha partecipato a numerose iniziative anarchiche, anche violente. Tra gli arrestati anche un rumeno di anni 21, residente a Varese, e un ragazzo barese di 22 anni, mai evidenziatosi in precedenza agli atti DIGOS.
La nuova emergenza di ordine pubblico che si è manifestata sabato a Roma (quella che ho definito una sorta di terrorismo urbano) ha la sua principale fonte nell'area anarchica, largamente diffusa in molte aree dell'Italia e dell'Europa mediterranea. È utile fare una ricognizione delle caratteristiche che riveste questa area.
L'anarco-insurrezionalismo nasce, in Italia, sul finire degli anni '80, quale radicale evoluzione del più ampio movimento anarchico, dal quale si è distaccato, assumendo connotazioni marcatamente eversive ed improntate alla violenza. In luogo di un assetto organizzativo verticistico e strutturato, tale componente è caratterizzata dallo spontaneismo ovvero dall'operare attraverso la costituzione di gruppi informali, che rappresentano unità autonome di base dedite alla pratica dell'azione diretta contro lo Stato ed il capitalismo.
Negli ultimi anni gli anarchici hanno evidenziato un progressivo ed esponenziale incremento di pericolosità anche sotto il profilo della tutela dell'ordine pubblico, traducendo la teoria insurrezionale nelle grandi manifestazioni di piazza, considerate occasione per esercitare iniziative violente contro gli obiettivi prefissati, riuscendo a compensare la limitatezza numerica grazie alla copertura offerta involontariamente dalla restante massa di manifestanti pacifici, destinati a divenire - come accaduto anche a Roma - essi stessi vittime di reazioni violente e rabbiose al minimo tentativo di enuclearli dal corteo.
Già negli incidenti verificatisi in Val di Susa quest'estate era possibile cogliere i segnali di una recrudescenza del fenomeno insurrezionale che, vagheggiando una deriva greca della situazione socio-economico-politica italiana, ha individuato nelle proteste "no TAV" il laboratorio ideale dove sperimentare pratiche di guerriglia mutuate dal repertorio militare classico (utilizzo di catapulte, arieti) e rivoluzionario (incursioni mordi e fuggi, barricate) da poter esportare, adattandole, in contesti urbani in previsione di un autunno caldo sotto il profilo delle manifestazioni di piazza.
Questi violenti - é ormai prassi consolidata e confermata da quanto accaduto a Roma - raggiungono i luoghi di incontro con mezzi propri e alla spicciolata, senza concentrarsi sui mezzi pubblici (treni o pullman), per rendere difficoltoso il controllo preventivo alla partenza.
La maggior parte degli strumenti di offesa (spranghe, bottiglie, benzina, corpi contundenti) viene reperita sul posto, ad esempio prelevando tubi in ferro da ponteggi di cantieri edili, divellendo il selciato, rapinando pompe di benzina del carburante necessario a fabbricare rudimentali molotov, devastando locali per ricavarne mazze, bastoni e quant'altro. Questo avviene in concomitanza con l'inizio e durante gli scontri, così da rendere comunque inefficace o quasi ogni tipo di verifica durante il tragitto dalla città di provenienza. Altra modalità che si adotta è quella di portare al seguito indumenti di colori diversi, con i quali cambiarsi prima e dopo le azioni dirette, per rendere più difficoltoso il riconoscimento da parte delle forze dell'ordine e confondersi tra la folla di manifestanti pacifici, prima e dopo le sortite.
L'attività informativa ha altresì permesso di accertare, accanto alla componente anarco-insurrezionalista, la presenza nella Capitale di un segmento estremista di estrazione violenta appartenente al circuito più radicale dell'antagonismo di ispirazione marxista-leninista. Questi elementi non si sottraggono allo scontro, ritenendo strumentale ai propri fini offrire sostegno sul campo ai gruppi anarchici, concorrendo fattivamente negli incidenti. In questo contesto si inserisce la partecipazione alle manifestazioni violente di elementi del centro sociale Gramigna di Padova, del centro sociale Askatasuna di Torino, dei Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo-CARC (attivi soprattutto a Latina, Livorno e Napoli), dei Corsari di Milano, del centro sociale Camilo Cienfuegos di Firenze, cui vanno aggiunti omologhi ambienti romani, in primo luogo il centro sociale Acrobax.
La DIGOS capitolina ha inoltre riscontrato la fattiva presenza nel gruppo dei violenti, come accennavo prima, di skinhead antifascisti della corrente RASH (Red anarchist skinhead) e frange ultras calcistiche riconducibili soprattutto ai Fedayn romanisti. La ricostruzione che ho fatto del composito panorama estremistico e violento presente sabato nelle strade di Roma è suffragata anche dal fermo e dall'arresto di numerosi soggetti appartenenti alle aree descritte, anche nelle fasi precedenti e in quelle successive alla manifestazione.
Così come accaduto il 14 dicembre 2010, tra gli arrestati e i fermati compaiono numerosi giovani che appaiono privi di un precedente percorso militante, e ciò a dimostrazione sia dell'effetto trainante che le degenerazioni violente riescono ad esercitare su soggetti condizionati o condizionabili emotivamente, sia dell'effettiva presenza nelle fila degli insurrezionalisti di nuove leve, accomunate soprattutto dalla voglia di esprimere il proprio disagio sotto forma distruttiva, senza una precisa collocabilità politica.
Per quanto concerne la reazione dello Stato, nella mattinata del 16 ottobre, presso l'area di servizio di Chianti Nord (Firenze), personale della Polizia di Stato ha perquisito un camper con a bordo sei manifestanti, rinvenendo un piede di porco, due maschere antigas e protezioni che erano state utilizzate per difendersi negli scontri di sabato. Il proprietario del veicolo e la compagna gravitano nell'area anarchica toscana, mentre i restanti quattro gravitano nell'area anarchica bolognese (sempre di area anarchica trattasi). Tutti sono stati denunciati in stato di libertà per possesso di oggetti atti ad offendere.
Nella giornata del 17 ottobre, Polizia di Stato e Arma dei carabinieri hanno eseguito 163 perquisizioni domiciliari su tutto il territorio nazionale. Molte sono le persone denunciate e numerosi gli strumenti di offesa sequestrati, normalmente utilizzati nelle manifestazioni, quali fumogeni, filtri per maschere antigas, spray urticanti, bombe carta, taniche con liquido infiammabile.
Nella giornata di oggi, la DIGOS di Roma, in seguito alla visione dei filmati delle fasi degli incidenti di sabato, ha identificato un ventiquattrenne viterbese, Fabrizio Filippi, il quale è stato sottoposto a fermo di polizia giudiziaria per il reato di resistenza pluriaggravata. Il giovane è stato ripreso dalle telecamere mentre lancia un estintore contro alcuni agenti di polizia impegnati nei servizi di ordine pubblico.
La manifestazione di sabato ha riproposto all'attenzione del dibattito politico la questione dei fondi per il comparto sicurezza per assicurare agli operatori delle forze di polizia le risorse necessarie per assolvere al meglio ai propri compiti. Già nel Consiglio dei ministri di venerdì ho chiesto al Presidente del Consiglio e ai colleghi Ministri di azzerare i tagli previsti dalla manovra economica per il Ministero dell'interno per i prossimi anni, pur condividendo l'obiettivo perseguito dal Governo di raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2013. (Applausi dai Gruppi LNP, PdL e CN-Io Sud-FS). Un primo significativo risultato è stato ottenuto con la decisione di ridurre il taglio di risorse per il 2012 di 250 milioni di euro.
Dopo i fatti di Roma è facilmente prevedibile che lo sforzo per garantire l'ordine pubblico nelle nostre città sarà destinato a crescere, in quello che si preannuncia un nuovo autunno caldo. Faccio riferimento ad una dichiarazione - che a me pare gravissima - di uno degli organizzatori della manifestazione che si dovrebbe tenere domenica prossima in Val di Susa, Alberto Perino, uno dei leader della protesta contro la TAV in Val di Susa, che definisce il lancio delle pietre «una reazione, giusta o sbagliata che sia» e commenta gli scontri di Roma affermando di non fidarsi di quello che ha letto sui giornali, e - ancora - che spaccare le reti non è azione violenta, nonché, infine, che alla prossima manifestazione, quella di domenica prossima, «succederà qualcosa di brutto». Domani mattina si svolgerà la riunione del Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza a Torino e io ho dato indicazione al questore perché, tenendo conto di queste e di altre dichiarazioni fatte da chi vuole partecipare alla manifestazione, vengano prese tutte le misure più adeguate e idonee per evitare manifestazioni di violenza. (Applausi). In particolare, il messaggio che ho rivolto, e che rivolgo, agli amministratori locali, ai sindaci, alle tante persone per bene della valle, è di dissociarsi da queste dichiarazioni, di dissociarsi dagli atti di violenza. (Applausi).
Proprio perché quello che si preannuncia è un autunno caldo, che vedrà impegnate le forze dell'ordine per garantire l'ordine pubblico, ieri ho chiesto e ottenuto dal Ministero dell'economia - non è stato facilissimo, ma ce l'ho fatta - uno stanziamento straordinario di 60 milioni di euro (30 milioni subito e 30 milioni entro la fine del 2011) da destinare all'ordine pubblico, per le spese che il Viminale dovrà affrontare nella gestione dell'ordine pubblico.
L'impegno del Ministro dell'interno e di quello della difesa è confermato nell'ottenere non solo la cancellazione dei tagli previsti per il comparto sicurezza-difesa, ma anche per incrementare le risorse a disposizione del comparto, anche attraverso un potenziamento dell'azione di utilizzo dei patrimoni sottratti alla criminalità organizzata, che ammonta oggi complessivamente alla ragguardevole cifra di 25 miliardi di euro (più 300 per cento rispetto ai 3 anni precedenti). (Applausi dai Gruppi LNP, PdL e CN-Io Sud-FS).
Come ho detto all'inizio, signor Presidente, signori senatori, la manifestazione di sabato ha messo in luce l'insufficienza degli attuali strumenti a disposizione delle forze dell'ordine per intervenire sia a livello preventivo che repressivo in modo efficace nei confronti dei gruppi violenti, soprattutto quelli che gravitano nell'area anarco-insurrezionalista. Quest'area si è infatti caratterizzata sinora per lo spontaneismo e la mancanza di una organizzazione stabile, gerarchicamente strutturata, elementi che hanno reso particolarmente gravoso dimostrare il vincolo associativo in capo agli indagati, per cui possono essere contestati solo singoli episodi.
Oggi gli anarco-insurrezionalisti aderiscono a un'organizzazione, la Federazione anarchica informale, che a sua volta è inserita in una rete internazionale, che informa, forma e sostiene i suoi adepti e quindi si pone come un nuovo soggetto organizzato. È con questa nuova entità che, senza ricorrere a una legislazione di emergenza o a nuove leggi speciali, bisogna fare i conti da qui in avanti.
Sto valutando in particolare l'introduzione di alcune norme specifiche che rendano più efficaci il contrasto e la prevenzione dei fenomeni criminosi che ho descritto, norme e strumenti da dare alla polizia (fermo di polizia e arresto obbligatorio) per bloccare ad esempio chi in prossimità di pubbliche manifestazioni risulta in possesso di veri e propri kit di guerriglia urbana. È il caso di quell'auto che è stata fermata alle porte di Roma: coloro che erano a bordo sono stati rilasciati dopo l'identificazione. (Applausi della senatrice De Feo). Sto poi valutando l'estensione dell'arresto in flagranza differita anche alle pubbliche manifestazioni, analogamente a quanto previsto per le manifestazioni sportive, perché è una norma che funziona, e bene; un provvedimento di polizia preventivo per impedire a chi ha precedenti specifici di partecipare alle manifestazioni di piazza, sul modello del DASPO o dell'ASBO (l'anti-social behaviour order, introdotto nella legislazione inglese dal Governo di Tony Blair); uno specifico reato associativo per chi esercita violenza organizzata nelle manifestazioni; aggravanti speciali per reati comuni, commessi però in occasione di manifestazioni di piazza; maggiori tutele giuridico-legali per gli operatori di polizia, sia sotto il profilo penale che sotto quello civile, sempre più oggetto di attacchi violenti e indiscriminati, per dare maggior serenità a coloro che sono impegnati sul campo (ad esempio, sottopongo alla valutazione del Senato una norma prevista nell'ordinamento giuridico, che è stata segnalata, la quale prevedeva la preventiva autorizzazione del procuratore generale per procedere contro un poliziotto o un carabiniere per presunti reati commessi nell'esercizio delle sue funzioni). Infine, sto valutando l'obbligo per gli organizzatori di una manifestazione di prestare idonee garanzie patrimoniali per gli eventuali danni provocati nel corso della stessa (Applausi dai Gruppi LNP, PdL, CN-Io Sud-FS e della senatrice Garavaglia Mariapia).
Mi rendo conto che queste iniziative investono la sfera di diritti costituzionalmente garantiti, e per questo intendo avviare da subito una preventiva consultazione con tutte le forze politiche, prima di presentare un provvedimento di legge al Consiglio dei ministri, cosa peraltro intendo fare in tempi molto rapidi.
Rispetto a temi così delicati, mi auguro di poter contare sull'approccio responsabile di tutti, al fine di pervenire rapidamente - con il dovuto equilibrio, ma anche con il necessario rigore - a individuare le soluzioni migliori per garantire a tutti il diritto di manifestare il proprio pensiero in modo pacifico, ma anche e soprattutto per tutelare il diritto di tutti i cittadini ad avere città sicure in cui vivere. (Applausi dai Gruppi LNP, PdL, CN-Io Sud-FS, UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI e PD, del senatore Pistorio e dai banchi del Governo).
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sull'informativa del Ministro dell'interno.
È iscritto a parlare il senatore Saia. Ne ha facoltà.
SAIA (CN-Io Sud-FS). Signor Presidente, signor Ministro, voglio subito anticipare che il suo intervento soddisfa il nostro Gruppo, e anche me personalmente, perché è puntuale e preciso.
Avendo - com'è noto - rapporti con lei per la questione della sicurezza urbana, non solo ne approfitto per ringraziarla nuovamente per aver sbloccato definitivamente un'altra legge importante per la tranquillità delle nostre città, ma debbo anche ammettere di non averla mai vista così incisivamente determinato.
L'intervento che sto svolgendo spero possa riguardare presto un passato ormai prossimo o addirittura remoto, ma, poiché riguarda ancora il presente, lo faccio perché voglio concentrarmi sulla sofferenza delle nostre forze dell'ordine, che in questi giorni credo sia arrivata alla punta massima. E se è vero, come è vero, che lei chiederà di ritirare i tagli che sono stati previsti e addirittura di reintegrare una parte degli altri tagli già fatti ormai un paio di mesi fa, che possono definitivamente bloccare l'attività delle nostre forze dell'ordine, renderle totalmente non incisive ed efficaci sul territorio, credo che siamo veramente al giro di boa, e la ringrazio per questo. Possiamo veramente ripartire da una situazione completamente nuova.
Oggi però sui blog dei poliziotti, in particolare su «www.poliziotti.it», è riportata in prima pagina la foto di un giovane (che poi peraltro è stato fermato in queste ore), che a torso nudo e con il volto semicoperto da una sciarpa lancia un estintore avanti a sé, e si può leggere il lungo commento di un poliziotto, che per motivi di tempo propongo solo per stralci, proprio per dar voce a questi poliziotti. Il poliziotto dice: «Cerco urgentemente questo baldo giovane, questo povero ragazzo indifeso e sconfitto dalla società, questo bravo ragazzo che ha solo conosciuto la povertà e l'amarezza dì una vita fatta di iPhone e Playstation, con il padre avvocato famoso o chirurgo di grido sempre troppo impegnato a fare cassa piuttosto che occuparsi di lui. Povero ragazzo, lo cerco perché vorrei dedicargli un'aula del Senato, come spetta ad un combattente di tale calibro, ad un eroe dei nostri giorni, ad un uomo che ha dato tutto per la sua causa (Applausi dai Gruppi CN-Io Sud-FS e PdL), che ha studiato e perpetrato i suoi profondi ideali fino in fondo anche a rischio della vita altrui, insomma un grand'uomo!». Ovviamente grande e triste ironia. E così prosegue: «(...) i black block di sempre non hanno avuto quello che cercavano, un morto. Un morto è sempre utile alla causa (...). Questa volta i conti non sono tornati, per fortuna, la violenza non ha scaturito l'effetto voluto, non ha scosso le anime contro lo Stato ma credo che abbia fatto esattamente il contrario. La gente ha compreso e ha visto con i propri occhi chi sono i violenti e perché lo sono e le cose da oggi cambieranno, ne sono convinto e speranzoso». Sostiene ancora questo poliziotto: «I tagli dei vari Governi che si sono succeduti» - quindi non solo di quest'ultimo - «in questi anni ci hanno piegato quasi fino a spezzarci (...) ciò nonostante abbiamo fatto, ancora una volta, il nostro lavoro dimostrando che la dignità non è cosa di tutti e soprattutto non è appannaggio di caste ma solo di uomini. Uomini veri che compongono la Polizia di Stato e le altre forze dell'ordine». (Applausi dal Gruppo CN-Io Sud-FS). E conclude chiedendo a noi non solidarietà ma risorse.
Ho voluto riportare per intero gran parte delle parole di sconforto di questo poliziotto, che peraltro conosco, e che ha scritto all'indomani degli episodi di violenza. Non concordo ovviamente con molte altre espressioni, che non ho riportato, usate dall'agente Paolo, tuttavia rispetto i sentimenti e quella che è la visione onesta e in buona fede di uno che, come tutti gli appartenenti alle forze dell'ordine, "c'è dentro fino al collo" e che di certo non ha voluto creare "una macchina del fango", ma probabilmente sintetizzare in maniera dura quelli che sono i pensieri dominanti dei poliziotti. Mi riferisco ai poliziotti che sono qui fuori a manifestare a Roma, come in tutte le altre città italiane, o che comunque in questo momento stanno facendo il loro dovere come tutti i giorni per la nostra sicurezza e che sono fuori a manifestare non contro di lei, signor Ministro, questo è certo, ma contro tutta la politica, contro un limite sotto il quale si è scesi, per dare loro la possibilità di avere strumenti, per poter dare sicurezza a questo Paese, magari sapendo, mentre stanno nelle nostre piazze a manifestare, che la benzina scarseggia (e per questo in molte questure girano disposizioni dei dirigenti che chiedono agli agenti di far servizio di pattuglia cercando di rimanere il più stanziali possibile per consumare meno benzina) o sapendo che le auto in manutenzione superano il 50 e anche il 75 per cento del totale in alcune questure, sapendo che se si fa servizio presso il CIE di Gorizia non si usa una divisa operativa, che non arriva, bensì la giacca e la cravatta, sapendo che se si fa servizio a Cavalese lo sfratto del commissariato è già esecutivo, perché non ci sono più soldi, e se invece si presta servizio alla scuola di Polizia di Trieste, che è anche operativa, i lacrimogeni sono scaduti, e via così (lei, signor Ministro, ben conosce purtroppo questa lunga litania e queste lunghe e sofferenti carenze).
Mi permetto per inciso di sottolineare che tra questi recuperi dei fondi dobbiamo anche prevedere il famoso decreto del Presidente del Consiglio dei ministri per gli assegni di funzione che spettano da gennaio, un'altra vergogna per questi operatori che, se non motiviamo anche in questo modo, è difficile poi pretendere che diano anche la vita. (Applausi dal Gruppo CN-Io Sud-FS).
Ma ancor più grande della demotivazione economica, che è comunque enorme, è la demotivazione professionale. Un grande questore, col quale condivisi dieci anni fa il mio incarico di assessore alla sicurezza a Padova, mi insegnò che non è importante il numero di uomini che si ha a disposizione bensì quanto essi siano motivati. Non possiamo togliere a questi uomini anche la motivazione e la passione per il loro lavoro.
I sindacati chiedono il DASPO preventivo per i più violenti. Lei l'ha anticipato. Il DASPO deve essere dato, e soprattutto non dobbiamo attendere troppo tempo. Ci abbiamo messo dieci anni per reintrodurre l'oltraggio a pubblico ufficiale. Vivaddio, credo che adesso nel primo decreto lei sarà in grado di inserire questa ed altre misure che ha annunciato anche alla stampa.
Registro anche io con estrema soddisfazione un deciso e, si spera, definitivo cambio di rotta anche nella gente verso chi e contro chi fa violenza come unica ragione per manifestare; verso chi sfascia, usa violenza, deturpa, picchia senza alcuna ragione, in ogni caso non giustificabile, né logica e né illogica. Finalmente si è abbandonato quell'alone di eroismo che si affibbiava a quanti compivano questi atti in piazza, ed emulando Londra, il popolo web, che ha partecipato pacificamente alla manifestazione o ha tentato di manifestare pacificamente sabato, aiuta la polizia a scovare i delinquenti violenti.
Purtuttavia, siamo di fronte a una violenza effettiva, grave, organizzata e distruttiva che non può passare come aspetto fisiologico nel difficile momento che stiamo vivendo. Lo Stato non può abbandonare chi in dieci minuti si vede distrutta l'unica casa, che magari sta ancora pagando con il mutuo, l'unica automobile, che sta ancora pagando a rate. Lo Stato non può abbandonare chi si vede il negozio, gli affetti devastati da chi in dieci minuti passava di là con l'obiettivo unico di distruggere qualsiasi cosa gli capitasse a tiro. Ma soprattutto, lo Stato non può abbandonare chi è tenuto a garantire la sua presenza nei confronti di tutti i cittadini, anche, per assurdo, di chi fa dello sfascio la propria ragione di vita. Quest'ultima categoria di cittadini deve essere messa di fronte alle proprie responsabilità sia in chiave civile e risarcitoria che, soprattutto, in termini di rieducazione penale attraverso misure efficaci, perché tutti si rendano conto che lo Stato non permette coni d'ombra sulla legalità, che non ci sono zone e momenti franchi dove tutto è permesso all'insegna del «meglio che li lasciamo sfogare».
Signor Ministro, concludo apprezzando ancora e pienamente la sua relazione e condividendo soprattutto le proposte legislative allo studio. La voglio però esortare - mi passi il termine cinico e forse persino volgare in questo contesto, ma assolutamente incisivo - ad approfittare di questa disgraziata contingenza per chiedere non solo di rivedere i tagli appena proposti dall'economia, come lei ha già fatto, ma di rimpinguare, come lei pure ha fatto, una minima quota dei più pesanti tagli dell'ultima manovra. La esorto a farlo presto. Quando c'è questo tipo di urgenza, presto vuol dire domani o dopodomani. In questo lei ha tutto il Paese dalla sua parte. Questo è un grande momento di forza che ha nelle mani per ottenere le cose sulle quali intende intervenire. La legalità non è mai una spesa; non è nemmeno un investimento, è la ragione d'essere dello Stato. Gli appartenenti alle nostre forze dell'ordine sono ovviamente dipendenti dello Stato, ma prima ancora sono i garanti dell'ordine costituito che tutela ognuno di noi. Le risorse e i mezzi delle forze dell'ordine, così come il numero degli uomini necessari in tutto il territorio nazionale, sono propedeutici a qualsiasi altro investimento, in qualsiasi altro settore, che lo Stato compie a favore dei nostri cittadini. (Applausi dai Gruppi CN-Io Sud-FS e PdL).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Rutelli. Ne ha facoltà.
RUTELLI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, vorrei esprimere un giudizio positivo sulla relazione del Ministro. Ho apprezzato il suo intervento e, in particolare, l'annuncio che ha dato di voler ricercare la massima convergenza del Parlamento sulle nuove norme che dovranno essere adottate. Penso che questo dovrebbe essere in generale, signor Presidente e colleghi, il metodo da seguire sulle grandi questioni che riguardano la sicurezza e - aggiungo alla presenza del Ministro e nostro collega Nitto Palma - la giustizia. In questo caso si incontrano le esigenze, e reputo che vada ricercato il massimo di intesa tra le forze politico-parlamentari, per il semplice motivo che stiamo già dentro - e non vi stiamo entrando - un autunno caldo.
L'idea di vivere queste settimane e questi mesi difficili non solo dentro la criticità degli eventi - che speriamo non ci siano, ma temo ci saranno - ma anche assistendo ad un rimpallo di responsabilità in Parlamento e nelle sedi politiche non ce la possiamo permettere. Dunque, questo interpella Governo e Parlamento nella direzione di una gestione saggia, responsabile e costruttiva delle pagine, anche normative, che ci attendono.
Voglio inoltre esprimere a nome del nostro Gruppo, formato dai senatori di Futuro e Libertà per l'Italia e di Alleanza per l'Italia, una solidarietà piena e non formale alle forze dell'ordine: dunque, ai carabinieri, ai poliziotti e agli altri operatori della sicurezza che sono stati impegnati in quelle ore difficili. Gli italiani hanno capito che quegli uomini, ad esempio, che guidavano i mezzi in piazza San Giovanni, e non solo, erano uomini dotati di professionalità, di capacità e di grande attenzione, perché, se come lei ha detto, avrebbe potuto scapparci il morto e degli episodi ancora più gravi se la gestione fosse stata meno saggia, solo quelle immagini hanno fatto capire a milioni di italiani che avremmo potuto avere dei morti anche a piazza San Giovanni se essi non fossero stati tanto professionali. Per questo a loro, a tutti loro, a quelli che hanno subito. (Applausi dai Gruppi Per il Terzo Polo:ApI-FLI, PD e UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI) ...la vergognosa aggressione da parte di, purtroppo, migliaia di persone va la nostra solidarietà, ma soprattutto - ed è la cosa più importante - il nostro apprezzamento professionale per le loro capacità e per la loro maturità.
La voce dell'opposizione, signor Ministro, deve allo stesso tempo appuntarsi su alcune osservazioni critiche. La prima riguarda i tagli inaccettabili per i finanziamenti alla sicurezza.
Certo, lei ha preso un applauso dalla maggioranza quando ha detto che quei tagli non sono accettabili. Oltre che applausi però la maggioranza dovrebbe dare i suoi voti quando si vota su queste materie... (Applausi dal Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLI e dei senatori Fontana e Vimercati) ...e la chiameremo alla prova nelle prossime settimane, perché anche sulla legge di stabilità ci saranno i nostri emendamenti a sostegno dell'efficienza e della funzionalità delle forze dell'ordine, e allora vedremo quali saranno i risultati: altrimenti si corre il rischio della liturgia, piuttosto che del rendere la verità che i nostri concittadini si aspettano.
Sono d'accordo con lei sulla necessità che si vada verso maggiori tutele giuridiche nell'operato delle forze dell'ordine.
Abbiamo avanzato degli interrogativi su una possibile insufficienza nell'attività di prevenzione. Vorrei sottolineare alcuni punti che, a mio avviso, debbono tuttora essere ripresi e meglio considerati.
Innanzitutto, è vero, caro Ministro, che esiste il fermo di identificazione. Avendo cioè la possibilità di intercettare e di sapere che sono in arrivo dei pullman, dei gruppi organizzati che hanno certe intenzioni (sulla base dei dati informativi che, come lei ha ricordato giustamente, ben circolavano ed erano, tra l'altro, accessibili a tutti perché erano sul web, non erano soltanto intercettabili attraverso procedure particolari), ebbene, degli interventi selettivi di tipo preventivo, a nostro avviso, avrebbero dovuto essere fatti, perché sarebbe stato molto più efficace far sapere che alcuni, tra coloro che erano in viaggio con quel tipo di attrezzi con finalità distruttive, avrebbero trovato uno sbarramento preventivo piuttosto che la possibilità di muoversi in assoluta libertà nel contesto delle manifestazioni che sono state messe in campo.
Sulla stessa linea di una certa eccessiva prudenza sul filone preventivo, osservo che certamente dodici arresti e anche quel centinaio di perquisizioni cui lei ha fatto riferimento contrastano con la dimensione degli eventi, perché ci sono state certamente alcune migliaia di persone che hanno agito fuori dalla legge.
Non c'è dubbio che, se l'atteggiamento in termini di gestione della piazza è stato corretto, c'è davvero da chiedersi se la predisposizione ad intervenire in modo diretto sui responsabili sia stata adeguata. Anche su questo punto noi abbiamo dei dubbi, soprattutto se consideriamo le informazioni che sono apparse riguardo ad una logistica che ha consentito ad alcuni dei manifestanti violenti di disseminare nelle strade di Roma le loro attrezzature, con sacchi contenenti quei mezzi di offesa cui lei stesso, signor Ministro, si è richiamato.
Quindi, gli argomenti sulla prevenzione, a mio avviso, devono essere tenuti alti. Sono consapevole del fatto che, tra le sue proposte, molte possono essere recepite. Esse vanno però ben studiate, perché siano efficaci e non delle gride manzoniane, diciamo così in sintesi. Non abbiamo bisogno di un appesantimento di norme che non abbia un'efficacia operativa. Il DASPO può essere studiato, così come la possibilità dell'arresto differito e una serie di altre misure cui lei ha fatto riferimento.
Signor Presidente, l'altro argomento che vorrei affrontare riguarda la TAV, cui pure il Ministro si è richiamato. Leggiamo oggi su un quotidiano che tra gli organizzatori delle manifestazioni in programma il 23 ottobre in Val di Susa si invita, da una parte, a tagliare le reti a migliaia e, dall'altra, si invita a chi sta dall'altra parte, cioè le forze dell'ordine, a desistere da violenze e rappresaglie di fronte a questi atti. Chi dovesse dare l'ordine di aggredire cittadini pacifici se ne assumerà la responsabilità. Ora, su questo punto dobbiamo essere molto chiari. Ci sono state in questi mesi, sulle violenze in Val di Susa, delle inaccettabili forme di tolleranza, che non possono, da parte nostra, essere più tollerate. (Applausi dai Gruppi Per il Terzo Polo:ApI-FLI e PD). Si deve esprimere una parola molto chiara, che non riguarda naturalmente le massaie e i residenti che si oppongono, e che hanno il diritto di farlo; e neanche riguarda quanti manifestano nelle scuole, perché sappiamo che anche lì è cresciuta un'opposizione sociale alla TAV. È però inconcepibile che si preparino e si organizzino manifestazioni che prevedono l'uso di fionde, cesoie, catapulte, spranghe e mezzi offensivi, che non hanno cittadinanza e non hanno la possibilità di essere utilizzate in un Paese libero e democratico quale è l'Italia. (Applausi della senatrice Negri). In Val di Susa non c'è un'altra Repubblica autoproclamata, ma la Repubblica italiana, e tutte le forze politiche, di tutto lo spettro politico parlamentare devono saper far rispettare le leggi.
Signor Presidente, sotto questo profilo il Governo britannico ci ha insegnato con chiarezza, quando ci sono stati riots e sommosse nella periferia di Londra qualche mese fa, che quel tipo di sommosse, che avevano certamente una radice di disagio sociale e di ribellione sociale, erano fuori della legge. Infatti, esse sono state stoppate immediatamente con dei provvedimenti severi.
Ecco perché io credo che noi abbiamo il dovere di dare una risposta politica e sociale alle esigenze del Paese. Ma questo è il compito della politica, è il compito dell'attività legislativa, è il compito dei movimenti di opinione. Ma il confine tra la violenza e l'opinione deve essere tracciato in modo indelebile. E noi siamo qui a dire che non ci sarà un autunno caldo se questo confine sarà tracciato in modo netto.
Voglio fare un'ultima osservazione sulla città di Roma. È comprensibile, ed anche giusto, definire i confini per le manifestazioni. È invece impossibile sottrarre alla capitale d'Italia i suoi doveri e le sue responsabilità in termini di libertà di manifestazione e di espressione.
Infine, signor Presidente, un richiamo attraverso il Ministro della giustizia a quegli uffici giudiziari, che per fortuna sono in minoranza, ma che, a mio modo di vedere, non hanno percepito il rischio che in Italia si apra una nuova stagione di violenza diffusa. Quando persone responsabili di gravi reati di grave allarme sociale, vengono scarcerate con straordinaria leggerezza si incentivano migliaia di altri ragazzi, probabilmente impreparati. Lei, signor Ministro, ha ricordato che i dodici arrestati, in grande misura, erano sconosciuti. È vero, è un problema che esiste, ma se non si invia il messaggio che la legge va rispettata, quelle decine diventeranno migliaia. Ed è appunto dovere di tutti, nel nostro Paese, rispettare le leggi della Repubblica. (Applausi dai Gruppi Per il Terzo Polo:ApI-FLI, PD e UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Belisario. Ne ha facoltà.
BELISARIO (IdV). Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, colleghi, l'intervento del Ministro dell'interno ci ha lasciati stupiti e un po' perplessi. Ci lascia stupiti il fatto che lei, signor Ministro, abbia assistito al sacco di Roma lontano dalla capitale, come evidentemente ella non avrebbe dovuto fare. Il centro della capitale è stato assalito e devastato da qualche centinaio di teppisti organizzati: una vera e propria guerriglia urbana di livello inaudito, che ha sabotato e affossato una legittima e pacifica iniziativa degli indignati causando danni gravi per milioni di euro e, soprattutto, uno sfregio all'immagine del nostro Paese.
Eppure, ella, qualche giorno prima della manifestazione, testualmente dichiarava: «Siamo pronti: abbiamo preparato tutto benissimo, abbiamo definito i piani di intervento. Mi attendo che tutto si svolga nella garanzia della manifestazione e nel rispetto dei limiti di legge». Evidentemente, o lei non era informato o le sue affermazioni erano infondate, e ha commesso un imperdonabile errore di valutazione dei rischi. Chi aveva il dovere di impedire che qualche violento offuscasse lo spirito di una grande manifestazione ha preso sotto gamba il proprio ruolo. Eppure i nostri servizi di sicurezza interna avevano preavvertito il suo Dicastero prevedendo luoghi ed obiettivi che avrebbero ospitato la guerriglia di questi delinquenti matricolati, conosciuti ma non isolati per tempo.
Signor Ministro, per noi lei è stato troppo distante in questa fase, e forse anche un po' imprudente, come le rimproverano da ultimi i sindacati di polizia che, ancora una volta e una volta per tutte, sono costretti a scendere in piazza per rivendicare condizioni professionali dignitose e funzionali ad uno svolgimento ottimale della propria missione.
La manifestazione degli indignati nasce per rivendicare giustizia sociale; i black bloc non c'entrano niente con questa protesta e per questo andavano isolati preventivamente.
Gli scontri che si sono verificati hanno distolto l'attenzione dalle istanze degli italiani che sono scesi pacificamente in piazza per opporsi alla speculazione finanziaria, ai meccanismi distorti dell'economia, alle collusioni tra politica e malaffare, alle conseguenze nefaste del capitalismo sfrenato e dello scollegamento tra le oligarchie di potere ed una società stanca di pagare una crisi al posto di chi l'ha causata. Tutto questo è passato in secondo piano.
Abbiamo ricordato quegli eventi del G8 di Genova, quando al Viminale sedeva, forse a sua insaputa, l'allora ministro Scajola. Di quel 20 luglio ricordiamo ancora le tragiche conseguenze, ma a distanza di dieci anni, onorevole Ministro, questo Governo non ha imparato nulla da quella esperienza.
In questi giorni e in queste ore ci sono state polemiche sulle affermazioni che l'Italia dei Valori ha fatto dicendo che bisognava guardare con attenzione le norme che già ci sono. Non vogliamo nessuna norma speciale, non vogliamo nessuno Stato di polizia, non vogliamo nessun fermo di polizia che ci riporti indietro negli anni: sarebbe il punto di non ritorno. (Applausi dal Gruppo IdV). Noi vogliamo che il Paese continui a vivere in serenità e democraticamente. Per questo, per spuntare le armi alle bugie e alle chiacchiere che sono state fatte, questa mattina abbiamo presentato un disegno di legge che va in questa direzione. Quello che proponiamo è molto semplice, signor Ministro: proponiamo di approvare entro quindici giorni, come avete fatto con le note leggi ad personam, l'estensione del DASPO anche alle manifestazioni pubbliche e politiche autorizzate, perché l'obiettivo primario deve essere quello di salvaguardare il diritto costituzionale di riunirsi e di manifestare liberamente e pacificamente, proprio attraverso la tutela della dignità e dell'incolumità dei manifestanti pacifici.
Ovviamente l'Italia dei Valori non ha niente a che fare con i delinquenti, li vuole vedere dietro le sbarre, perché questo deve essere un Paese sano, e ciò può accadere senza alcuna legge speciale. (Applausi dal Gruppo IdV). Allora basterà applicare, come il signor Ministro ha detto in precedenza, qualcosa che ha già dato prova di funzionare. Il DASPO ha funzionato: bisogna riconoscere che è una misura che ha svolto bene il suo compito. In questo modo, senza bisogno di effettuare fermi di polizia preventivi, possiamo allontanare, con gli strumenti normativi già in vigore, le persone che portano con sé biglie, bottiglie molotov, mazze o altro, che quindi non potranno accedere nei luoghi e nelle piazze destinate a manifestazioni pacifiche, come piazza San Giovanni.
Sono un po' preoccupato dal fatto che nell'intervento del signor Ministro si ripeta il riferimento all'autunno caldo. Il Ministro ha fatto riferimento all'autunno caldo, e qualcuno dice che ci troviamo nell'autunno caldo. Dobbiamo invece evitare di trovarci in un autunno caldo: il Governo deve evitarlo con misure di rilancio della nostra economia, venendo incontro alle famiglie e alle imprese. (Applausi dal Gruppo IdV). Se nasce l'autunno caldo è per colpa di un Governo che ancora non prende iniziative per rilanciare la nostra economia.
Infine, non possiamo... (Commenti del senatore Sanciu). No, non ci scappa il morto: il morto non ci scappa! Capisco la tua provocazione che evidentemente non leggi fino in fondo e non ascolti fino in fondo quello che ho appena detto. Signor Presidente, mi perdoni se ho interloquito direttamente con il collega, ma non potevo lasciar perdere una provocazione.
In tre anni ci sono stati 3 miliardi di euro di tagli alle forze dell'ordine: questo è il dato di fatto! (Applausi dal Gruppo IdV). C'era un fondo giustizia che è stato saccheggiato per fare tutt'altro. Chiediamo che il fondo giustizia, come abbiamo previsto nel nostro disegno di legge, venga restituito alla giustizia per il 49 per cento e alle forze di polizia per un altro 49 per cento, e che il restante 2 per cento vada al Tesoro. Così deve essere, se vogliamo che alle forze dell'ordine venga restituita dignità e che esse non si debbano lamentare perché non riescono a mettere in moto le loro autovetture, perché sono vecchie e perché non c'è benzina.
GRAMAZIO (PdL). Vai a spingerle tu!
PRESIDENTE. Colleghi...
BELISARIO (IdV). Io mi rendo conto...
GRAMAZIO (PdL). Voleva il morto in piazza!
PRESIDENTE. Senatore Gramazio, lasci concludere il senatore Belisario.
GRAMAZIO (PdL). Di Pietro voleva il morto in piazza.
PRESIDENTE. Le sue affermazioni sono gratuite. Nessuno credo che voglia il morto.
BELISARIO (IdV). Senatore Gramazio, lei può dire sciocchezze...
GRAMAZIO (PdL). No, l'ha detto Di Pietro.
BELISARIO (IdV). Non ha detto nulla. (Proteste del senatore Gramazio). Lei è un impostore autorizzato a parlare in quest'Aula!
GRAMAZIO (PdL). Ma stai zitto! (Richiami del Presidente).
PRESIDENTE. Senatore Gramazio, la richiamo.
BELISARIO (IdV). Lo dica fuori: ci rivolgeremo a chi di dovere affinché lei possa essere sanzionato per le menzogne. (Brusìo).
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, lasciate concludere il senatore Belisario.
BELISARIO (IdV). Stiamo richiamando l'attenzione del Paese sul clima di tensione che certamente non noi, ma questa maggioranza, sta fomentando! (Applausi dal Gruppo IdV e del senatore Astore).
Ma prendo per buona la parte conclusiva del discorso del Ministro, il quale ha affermato di essere disponibile ad un confronto. Noi abbiamo messo nero su bianco e già depositato al Senato e alla Camera un disegno di legge in materia. Esso può rappresentare la base per l'inizio di una discussione, dal momento che l'Italia dei Valori vuole superare questa fase di tensione, e lo vuole fare nel miglior modo possibile, affinché le istituzioni repubblicane siano salve. (Applausi dal Gruppo IdV e dei senatori Astore e Chiti).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore D'Alia. Ne ha facoltà.
D'ALIA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI). Signor Presidente, signor Ministro, preliminarmente desidero manifestare, a nome del Gruppo a cui appartengo, la mia convinta e determinata solidarietà alle forze dell'ordine, a quegli agenti di Polizia e Carabinieri rimasti feriti. Come è stato già detto, credo sia patrimonio di tutti la difesa e la tutela della sicurezza nel nostro Paese.
Pertanto, rivolgiamo loro i nostri migliori auguri esprimendo altresì solidarietà alle forze di polizia che hanno operato, viste le condizioni date, in un contesto molto difficile. Diciamo grazie al loro impegno, soprattutto, alla loro resistenza passiva - se così può definirsi - perché quei poliziotti e quei carabinieri si sono fatti picchiare pur di non mettere a rischio la salute e la sicurezza dei manifestanti. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Astore). Credo sia stata una grande prova di democrazia e di affidabilità. Da questo punto di vista - ripeto - a nome del mio Gruppo parlamentare esprimo il convinto apprezzamento e il sostegno a quelle forze di polizia, ai loro vertici ed ai servizi che hanno fatto fino in fondo il loro dovere. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Astore).
Altrettanta solidarietà, colleghi, esprimiamo ai sindacati di polizia che manifestano in piazza e che non si trovano a dover fronteggiare solo i manifestanti delinquenti, ma anche un Governo che taglia le risorse e fa il gioco delle tre carte sugli stanziamenti di bilancio. Capisco che ancora la legge di stabilità non è ufficiale, nonostante sia stata licenziata dal Consiglio dei ministri la scorsa settimana, e che, quindi, i numeri ballino e le versioni siano tante e diverse. Da una prima ricostruzione dei numeri che abbiamo cercato di fare, è vero che c'è il tentativo di recuperare 220 milioni di euro per il potenziamento e il finanziamento di oneri cosiddetti indifferibili che riguardano la Polizia di Stato, l'Arma dei carabinieri e i Vigili del fuoco; ed è vero che c'è il tentativo di recuperare 30 milioni di euro che riguardano il potenziamento e il finanziamento di oneri indifferibili per la Guardia di finanza. Ma ci sono due piccoli, trascurabili particolari, che non sono tanto piccoli e non sono tanto trascurabili: il primo è che queste risorse vengono sottratte ad investimenti per lo sviluppo nel Mezzogiorno d'Italia (si tratta, infatti, di somme derivanti dall'extragettito delle aste delle frequenze, che bisognava investire per lo sviluppo, la crescita e la coesione); il secondo è che sono somme - chiedo scusa al Ministro se lo sto disturbando, mentre parla al telefono, con il mio intervento - che vanno a copertura una tantum di oneri indifferibili, oneri che sono tali perché riguardano i famosissimi tagli lineari.
In sostanza, cioè, non si tratta di risorse stabili nel bilancio della sicurezza, bensì di risorse ovviamente legate esclusivamente a questo extragettito, le quali servono a coprire i buchi dei tagli lineari del ministro Tremonti. Servono, cioè, a pagare spese già fatte, obbligazioni già assunte, e per questo motivo si chiamano oneri indifferibili. Non vi è, però, alcuna certezza: anzi vi è la certezza che, per il futuro, dette risorse non ci saranno. Considero questo un primo dato.
In merito al secondo dato, mi rivolgo a chi della maggioranza si è agitato in questi giorni nel dire che abbiamo recuperato le risorse e che mancano solo 60 milioni di euro. Così non è, perché, dalla lettura della versione a nostra disposizione della legge di stabilità, risulta che le somme che occorre trovare ammontano a circa 130 milioni di euro in più, e non a 60 milioni.
Cito soltanto un caso, visto che poi ci riempiamo la bocca parlando della lotta alla mafia. Sono stati tagliati 13 milioni di euro riguardanti il trattamento accessorio del personale della DIA. Ora, anche se non siamo esperti e certamente non così bravi come il ministro La Russa e come altri esponenti davvero autorevoli di questo Governo, vorrei ricordare al ministro Maroni che solo la mininaja, insieme ai militari che accompagnavano i poliziotti nelle famose truppe miste, ci sono costati, negli anni in cui queste scelte hanno avuto corso, ben più del buco di bilancio del Ministero dell'interno. Quelle risorse sono state buttate e sprecate, e oggi tagliate le indennità degli agenti della DIA che si occupano della lotta alla mafia e del contrasto alla criminalità perché avete sprecato risorse sull'altare della demagogia, tra cui ricordo le ronde, che non ho visto - per la verità - dare una mano ai poliziotti - ad esempio - nella manifestazione di Roma. Non so se il sindaco Alemanno le abbia o meno utilizzate. Certamente sono, però, il frutto di una politica della sicurezza sbagliata che oggi purtroppo dà questi frutti amari, dei quali dovete prendere atto assumendovene fino in fondo la responsabilità: altrimenti discutiamo di nulla.
Signor Presidente, la solidarietà va a quei cittadini, manifestanti e non, che sono stati feriti ed oltraggiati e ad una città come Roma che è stata distrutta dal vandalismo e dalla criminalità. Noi diciamo che queste persone devono essere, senza se e senza ma, messe in carcere. Vanno trovate, anche se, in assenza di un'opera di accertamento preventivo, è difficile che ciò possa avvenire dopo. Ricordo al signor Ministro che un precedente sgradevole in questo senso si è verificato il 14 dicembre scorso, quando le persone sono state arrestate - credo fossero una ventina - in condizioni simili a quelle della manifestazione di sabato scorsa (non è, quindi, la prima volta che si verificano episodi del genere), ma poi purtroppo sono state assolte, in quanto non vi è stata la possibilità dell'accertamento della responsabilità personale. Dobbiamo evitare che ciò si verifichi anche nella circostanza in questione e aspettiamo il Governo alla prova dei fatti per quanto riguarda l'individuazione di quei delinquenti che si sono resi responsabili dei fatti di cui parliamo.
Per quanto riguarda la solidarietà, signor Presidente, dobbiamo valutare con molta attenzione quanto è capitato sabato scorso. La stragrande maggioranza di chi si è macchiato di quei reati è rappresentata da giovani di età compresa tra i 17 e i 25 anni. Si tratta di gruppi organizzati che, utilizzando la Rete, sono rimasti in contatto ed hanno organizzato il tutto. Si tratta di gruppi che, al di là della loro storica associazione nell'ambito della tradizione cosiddetta anarco-insurrezionalista, nascono anche spontaneamente e sono quindi un fenomeno tra virgolette nuovo, che non può essere sottovalutato, e va compreso fino in fondo.
Signor Presidente, non volevo far polemica, ma non posso accettare che un Ministro di questa Repubblica, il Ministro della difesa, mentre era ancora in corso la conta dei feriti, con la polemica su quanto era avvenuto, e le immagini scorrevano in televisione, che credo tutti abbiamo visto, dall'estero si è permesso di dire che quei fatti e fenomeni erano il frutto dell'attività delle opposizioni. Questo è molto grave. Questo è scandaloso. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI e PD). Questo è vergognoso. Signor Presidente, noi apparteniamo ad una tradizione, siamo figli di una storia politica... (Commenti dai banchi del Gruppo LNP) ...stai zitto e ascolta! ...che la violenza, il terrorismo e la mafia le ha subite, sia da destra sia da sinistra. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI). Non è consentito a nessuno di dare chiavi di lettura opportunistiche, superficiali e vergognose rispetto a fatti che invece ne meritano un'altra.
E se proprio vogliamo parlare di cattivi maestri, signor Presidente, questi li dobbiamo trovare in quelle forme di radicalismo politico che sono più vicine a noi di quanto non si pensi, e che stanno a destra e a sinistra, anche in quest'Aula. Se dobbiamo parlare di cattivi maestri, andiamo a fare un'analisi più diffusa di questo fenomeno.
Comunque, il Ministro ha parlato di nuove misure. Credo che su questo una riflessione pacata vada fatta; però, se le parole hanno un peso, dobbiamo anche prenderle per quelle che sono. Se il Ministro dell'interno dice, come ha fatto nella sua informativa, che siamo di fronte a nuove forme di terrorismo, allora si può discutere di leggi eccezionali. Ma io credo che prima di parlare di nuove forme di terrorismo per singole manifestazioni, dobbiamo avere elementi a questo fine, anche perché le leggi speciali sono materia delicata.
Voglio ricordare una cosa al Ministro. Tre anni fa, nel primo pacchetto sicurezza, con l'articolo 3 è stata introdotta una norma che prevede lo scioglimento, con decreto del Ministro dell'interno, delle associazioni con finalità o scopi di natura eversiva o terroristica. Questa disposizione fu introdotta proprio per gli anarco-insurrezionalisti. Saremmo curiosi di sapere dal signor Ministro - magari quando finisce di telefonare - se questa disposizione sia mai stata utilizzata. Le norme ci sono. Come c'è l'articolo 5 della legge Reale, che non è stato abrogato e che dispone l'arresto facoltativo proprio nel caso che ha citato il signor Ministro. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI e PD). Se una persona si presenta con un casco in prossimità di manifestazioni, come quelle di sabato o sportive, nella migliore delle ipotesi gli viene sequestrato il casco, nella peggiore delle ipotesi viene arrestato. Noi vogliamo sapere perché quelli che sono stati fermati non soano stati arrestati. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI).
Prima diteci tutto ciò e se avete fatto funzionare, e appieno, il Ministero; poi parliamo di nuove norme, che possono migliorare la situazione. Ma fino ad allora non buttate la palla fuori dal campo. Assumetevi le vostre responsabilità e fatelo fino in fondo, senza scaricare responsabilità che, dal punto di vista politico, sono solo ed esclusivamente vostre. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI e PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bodega. Ne ha facoltà.
BODEGA (LNP). Signor Presidente, signor Ministro, abbiamo ascoltato con attenzione e apprezzato la sua informativa, per la quale la ringraziamo.
Per fortuna che abbiamo quelli dell'Italia dei Valori, che dispensano ricette a destra e a sinistra, che ieri evocavano le leggi Reale e oggi invece con il senatore Belisario dicono no a leggi speciali. Sono davvero tutto un programma.
Per fortuna abbiamo interventi come quello precedente del senatore D'Alia, che fino a poco tempo fa ricopriva cariche importanti - Sottosegretario di Stato per l'interno nel Governo Prodi - e abbiamo visto cosa ha combinato.
BIANCO (PD). Hai sbagliato. Era il Governo Berlusconi.
BODEGA (LNP). È vero, era il Governo Berlusconi. Chiedo venia. A maggior ragione, allora.
Due riflessioni introduttive. Mentre a Roma è partita la conta dei danni e la caccia all'uomo incappucciato e alle centinaia di black bloc che hanno acceso la miccia della guerriglia urbana, a Milano le famiglie della borghesia illuminata finanziano il progetto di legalizzazione del Leoncavallo, il centro sociale più famoso della città.
Trent'anni di abusivismo e di lotta alle spalle: all'orizzonte, un percorso di regolarizzazione. Questa la dice tutta di come il nostro sia uno strano Paese. (Applausi dal Gruppo LNP).
La seconda considerazione che vorrei fare riguarda il fatto che cinque procure italiane - Pescara, Roma, Bari, Lecce e Napoli - sono impegnate ad indagare sullo stesso tema. Se invece di intercettare il Presidente del Consiglio i pubblici ministeri spiassero i centri sociali eversivi, farebbero certo miglior servizio a questo Paese. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).
Non mi illudo, cari colleghi dell'opposizione, non mi illudo: se non si scardina quella cappa di buonismo ipocrita che soffoca il Paese, quello stesso buonismo che ha permesso l'invasione impunita di migliaia di clandestini, le cose non cambieranno.
Poteva scapparci il morto, ha commentato il ministro Maroni dopo le terribili ore di guerriglia urbana che hanno sconvolto Roma durante la manifestazione degli indignati. Poteva scapparci il morto, e io aggiungo: attenzione, forze politiche dell'opposizione, ma non solo, attenzione a non alimentare, come da mesi qualcuno strumentalmente sta facendo, inutili polemiche contro la parte politica avversa. Seminare odio non porta da nessuna parte: serve solo ad esasperare gli animi. Attenzione a quello che si va a dire in pubblico, cari colleghi dell'opposizione. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).
In estrema sintesi, questo concetto del "poteva scapparci il morto" è in apparenza cronistico: riassume quei fatti e tutti i commenti che ne sono seguiti.
È stato un attacco premeditato - il ministro Maroni ce l'ha detto - di giovanissimi che si sono addestrati in Val di Susa con i no TAV. Comunicano attraverso il web: tecnologia avanzata per una violenza bestiale. Volevano terrorizzare, e i black bloc non avevano strategie o passioni alle spalle. Stupisce, tra l'altro, la tipologia dei denunciati. Mi pare di avere capito che ci sono minorenni e anche ragazze: sono stati loro l'anima della devastazione. La scuola e l'università sono i bacini di reclutamento di questi estremisti, circa 2.000 in Italia.
Tra le analisi di questi giorni, spicca il pensiero dell'ex magistrato Ferdinando Imposimato, che per 30 anni si è occupato di terrorismo. Imposimato si è richiamato alle Brigate rosse e ha ricordato come i movimenti di protesta vengano strumentalizzati e contaminati da minoranze disposte a tutto. Si è detto stupito di un fenomeno inusuale, laddove di solito queste degenerazioni sono collegate a summit internazionali, come i vari G8 o G7. A tal proposito, vorrei dire che i fatti di Genova hanno in qualche modo influito sulle vicende romane.
La diffusa e unanime solidarietà alle forze dell'ordine non basta; ricordiamo quale sorte è toccata a chi ha cercato di difendere lo Stato da forze ingenti del corteo - e non erano i black bloc - lanciate contro una jeep dei Carabinieri. Non basta la sola solidarietà alle forze di polizia. A tal proposito, siamo noi della Lega i primi a dire no a leggi speciali, signor Ministro, che possano limitare la libertà di manifestare o la libertà di espressione. D'altro canto, occorre tuttavia dotare le forze dell'ordine di strumenti idonei per intervenire in maniera anche preventiva contro i moti violenti, perché di questo trattasi.
Quindi occorre sconfiggere il vizio antico di giustificare i violenti, di dire che sono compagni che sbagliano, come si diceva negli anni Settanta, per coloro che avevano abbracciato la lotta armata. Ora è necessario smascherare gli incappucciati e fare magari come a Londra - lo ha ricordato Rutelli se non ricordo male - dove le foto ed i filmati dei cittadini sono stati usati per individuare i teppisti che nell'agosto scorso avevano messo a ferro e fuoco la capitale inglese ed altre città britanniche. Non bisogna arretrare di un millimetro, signor Ministro - non c'è bisogno che glielo dica - né avere alcuna indulgenza ed anche cercare se, al di là dei pronunciamenti pacifici degli indignati, non ci siano legami e zone grigie tra i movimenti di protesta ed il fanatismo aberrante dei black bloc. È questo il momento nel quale, al di là delle opinioni diverse, sarebbe delittuoso dividersi. Non abbiamo bisogno di leggi speciali. Abbiamo leggi che, se applicate correttamente, se applicate e non interpretate dai giudici, possono limitare questo fenomeno delittuoso. Noi non abbiamo bisogno di leggi speciali ma di normative chiare che possano favorire il preventivo fermo dei noti, di quelli conosciuti che possono provocare comunque danni in una manifestazione collettiva.
Lo Stato deve reagire in modo unitario, come fece con le Brigate rosse perché ogni spiraglio può diventare il pertugio nel quale la violenza può infiltrarsi e diventare difficile da stanare con il rischio di una terrificante escalation. Ringrazio il Ministro. Il Gruppo della Lega Nord è sempre pronto con lei a valutare quali saranno i provvedimenti migliori da mettere in campo. (Applausi dal Gruppo LNP).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Finocchiaro. Ne ha facoltà.
FINOCCHIARO (PD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Ministro dell'interno, abbiamo ascoltato il suo intervento con grande attenzione. Vorrei cominciare con un'affermazione che credo sia assolutamente condivisa da tutta l'Assemblea: i delinquenti ed i criminali che hanno devastato Roma nella giornata di sabato non sono invincibili. E lo dico subito perché credo che questa premessa debba essere accompagnata da una riflessione, che non è il frutto di una aggressione da parte di un'opposizione invelenita, ma è l'osservazione da chi viene mosso da responsabilità - e le dico la verità - anche da quella che viene sottolineata da lei, primo Ministro di questo Governo, quando dice che i provvedimenti che si intende emanare verranno sottoposti alla consultazione di tutte le forze politiche presenti in Parlamento.
Mi auguro che questo esempio non rimanga isolato. Lo trovo un ottimo passo in avanti. E la riflessione deve condurci ad una valutazione oggettiva, cioè che qualcosa non ha funzionato sabato: se una città, già presidiata e già allarmata da giorni circa la gravità dei disordini che avrebbero potuto verificarsi, viene in parte messa a ferro e a fuoco sino a causare i danni ingentissimi di cui lei ha parlato, evidentemente qualcosa non ha funzionato.
Io quindi credo di sottoporle alcuni elementi di riflessione che probabilmente potranno essere utili a comprendere, di qui in avanti, quali altre cautele possono essere adottate. Affronterò poi separatamente il capitolo delle misure legislative da adottare, di cui lei ha parlato.
Dalla sua relazione si comprende che in prossimità della manifestazione di sabato ed in relazione ai rischi che si potevano verificare, due di questi rischi erano stati individuati prioritariamente e sono i rischi di cui lei ha parlato, ma di cui si è parlato nei giorni precedenti: l'uno era quello che la violenza della giornata potesse condurre ad un evento tragico come la morte di qualcuno, l'altro che obiettivo dei violenti potessero essere i palazzi istituzionali, i palazzi del potere.
Capisco quindi che anche la strategia adottata teneva conto grandemente di questi due rischi, che evidentemente l'azione lodevolissima delle forze dell'ordine era orientata ad evitare. Il secondo, quello che riguarda i palazzi istituzionali, credo avrebbe dovuto essere valutato con riferimento alla natura del movimento violento che era in piazza quel giorno, che ha la necessità di nascondersi dietro pretesi obiettivi politici ed ideologici, che quindi individuano in alcuni luoghi fisici quelli che definiamo obiettivi sensibili (le banche, la grande distribuzione, i palazzi delle forze dell'ordine, le caserme dei Carabinieri e gli immobili della Difesa). A mio avviso, quindi, avremmo la necessità di guardare anche alle deviazioni violente e criminali di queste manifestazioni, con un occhio all'oggetto preteso di mostrare da parte di questi soggetti una vocazione «politica e ideologica»: questo probabilmente potrebbe aiutarci a capire che stavolta non erano i palazzi delle istituzioni, che altre volte sono stati oggetto di attacco, i bersagli di questo gruppo di violenti, assai numerosi.
Lei ha contestato le critiche e le obiezioni avanzate sul fatto che evidentemente l'attività di prevenzione non era stata adeguata e nel farlo ha detto due cose che mi hanno colpito: la prima è che non abbiamo strumenti sufficienti, la seconda è che anche un'azione di bonifica - come spesso si fa prima delle manifestazioni, per verificare se siano stati occultati i «depositi» di armi, anche improprie - in realtà non avrebbe potuto portare a grandi risultati, perché spesso i violenti si riforniscono delle armi sul posto. Questo è vero, ma solo parzialmente, poiché vi è tutta una serie di strumenti «tipici» di questo genere di esercizio di violenza criminale che hanno bisogno di essere preparati preventivamente.
Anche per tutelare la sicurezza, non soltanto dei manifestanti, ma anche delle forze dell'ordine, e il diritto al lavoro sicuro da parte di chi sta sulla strada e ogni giorno ovviamente rischia, credo che dovremmo fare un capitolo a parte e che comunque, da questo punto di vista, si sarebbe potuto fare di più.
Lei ha annunciato di voler discutere con l'opposizione alcune misure: le dico subito che due potrebbero essere utili, tra le molte che questo Governo ha adottato in questa legislatura, perché numerosi sono i provvedimenti sulla sicurezza che in questa e nella precedente sono stati adottati, al punto che abbiamo una messe di norme già presenti nell'ordinamento che possono essere utilizzate. Una è il cosiddetto DASPO e l'altra è il cosiddetto arresto in flagranza differita, che abbiamo sperimentato per la violenza negli stadi e che francamente mi pare uno strumento opportuno. Da parte nostra, c'è un'ostilità chiara e limpida nei confronti del fermo preventivo, per ragioni di ordine costituzionale, ma anche misurate sulla necessità che lo Stato, davanti a fenomeni criminali di questo genere, abbia già tutte le risorse per farvi fronte. Voglio usare l'espressione «abbiamo tutte le risorse per farvi fronte», perché lo Stato lo rappresentiamo tutti nello stesso modo e con la stessa responsabilità.
Vedo dunque già due punti di debolezza nella strategia adottata quel giorno e un fatto molto serio, sul quale non dobbiamo mettere il velo.
Le Forze di polizia, che con tanta generosità, sacrificio e professionalità si sono spese in quei giorni, di fronte alla fresca potenza criminale di quelle bande, sembravano dotate di strumenti vecchi e inadeguati alla qualità dello scontro e alla strategia adoperata dai criminali. È conseguenza questa anche del fatto che in tre anni abbiamo continuato a tagliare risorse alle Forze di polizia e questo non è più possibile.
Lei, signor Ministro, ci ha oggi riferito di una sua lodevole iniziativa nei confronti del presidente Berlusconi, che mi auguro, ma non ne sono affatto certa, possa essere presa in considerazione dal Presidente del Consiglio; visto che oggi rilascia dichiarazioni del tipo «qualcosa ci inventeremo per il decreto sviluppo» capisco che non siamo in un momento di grande lucidità circa l'allocazione e il reperimento delle risorse. (Applausi dal Gruppo PD). Ma i colleghi della sua maggioranza hanno applaudito a questa sua iniziativa; vorrei dire a quei colleghi: guardate che avete applaudito anche quando sono stati fatti i tagli. (Applausi dal Gruppo PD). Quindi, dosiamo gli applausi rispetto alla qualità delle decisioni che vengono assunte e ciascuno si assuma la propria responsabilità. (Applausi dal Gruppo PD).
Non è allora più ovviamente tollerabile uno stato di questo genere; non è più assolutamente tollerabile che le forze dell'ordine siano costrette ad operare nelle condizioni di difficoltà assoluta nelle quali si trovano, che sono anche individuali e personali, riguardando il trattamento economico, la sicurezza nello svolgimento del loro lavoro e tutta una serie di capitoli di cui tante volte, e anche oggi, qui dentro abbiamo parlato; vorrei pertanto evitare di tornarci perché tanto ci siamo certamente e benissimo intesi.
Un' ultima questione, signor Ministro, perché lei comunque non è solo Ministro di questo Governo ma, in qualità di Ministro dell'interno, uno dei più importanti Ministri del Governo Berlusconi. Vorrei affidare anche a lei una nostra osservazione. La manifestazione è avvenuta sabato e sin dal primo momento, e correttamente, lei ha teso a distinguere tra i manifestanti pacifici e coloro i quali invece cercavano e avevano costruito le ragioni di uno scontro criminale. Non una parola ho però sentito dal suo Governo sulle ragioni che quei manifestanti pacifici hanno portato in centinaia di migliaia in piazza a Roma e che sono risuonate in tante altre parti del mondo. (Applausi dal Gruppo PD). In particolare, signor Ministro, una questione prima fra tutte: il destino di libertà e di autonomia delle giovani generazioni italiane, condannate alla precarietà, con uno spreco straordinario, e fuori da ogni lungimiranza, perché fra dieci anni sarà un problema dell'Italia non avere classi dirigenti, operai, professionisti e insegnanti in grado di assumersi la responsabilità del Paese. Ora, tutto vorrei, tranne che la discussione su questo capitolo definitivo, sul quale torneremo a ragionare, quello della situazione dell'ordine pubblico per la manifestazione di sabato e per le altre che possibilmente verranno, oscuri la grande questione politica. Molte parole sono risuonate in quel corteo, alcune le condividiamo altre sicuramente no, ma certamente una questione è stata posta con grande forza: non si può condannare un'altra generazione alla precarietà perpetua e cioè alla diminuzione della cittadinanza, alla mutilazione della proprie libertà e della propria autonomia.(Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Giai).
It is easy of course to criticise the ideas coming from other quarters, but sooner or later one must bite the bullet and do the homework: here are our proposals and their underlying logic.
First the rationale. We simply do no accept solutions that pretend to solve the issue by purely financial or economic means, we honestly believe that the future of our Europe (i.e. of women, man, children) is not a matter of numbers. It is instead a political choice, that is a choice about how to think one's own life and hence a range of ways of life.
We want solutions that take into account the following aspects and can resumed in the WHOLE acronym:
- World, that is being locally responsible for the wider impact
- Humanity One-to-One, developing individuals and their collective relationships
- Liberation, a continuous process to reach new liberties, starting from the emancipation from commodified work, the obligation to consumption and unrestrained growth
- Equilibrium, a comprehensive human condition that allows for balanced growth, beyond just economic indicators
Following this underpinning logic we propose the combined and joint use of the following instruments:
1. debt auditing
2. weeding out bad banks
3. international debt swapping
4. European Common Goods Agency
5. controlled default
6. pop economy (share & swap)
These means are listed as a sequence but can be employed synergetically and, if necessary, in overlapping time phases.
Debt auditing
The first thing is to conduct a transparent and impartial debt auditing because it is the essential precondition to understand who owes what to whom and, most important, why. At the end of the process, a number of debts may be classified as odious in form and/or substance, meaning that the reasons and modalities that lead to their formation was fraudulent and with no real advantage to the state and the communities.
It is a powerful signal to speculators that grey zones will not be tolerated, will be exposed and shall not be repaid.
Weeding out bad banks
Step two, bad banks have to fail in a more or less controlled way, safeguarding in first instance collective and public interests. Pumping money into companies that have already wasted a lot of resources simply does not make sense. Full stop.
International debt swapping
This measure is, from a practical point of view, of limited usefulness, but it may have a further psychological effect on the “markets” and on sovereign creditors. These creditors, for the sake of their own self-interest (the preservation of a consumer base in stabilised markets), may agree to swap bonds or other forms of debt with their debtors. It amounts to waiving off a certain amount of debts that are already de facto irrecoverable and with an irrelevant interest rate, but, once again, it allows a transparent and orderly definition of debts, neutralising the obvious market manipulations that we are witnessing against the Euro today - and other economies tomorrow.
European Common Goods Agency
This is the central part of our proposal. Why on Earth European countries should sell around their assets to make money to repay dubious financial debt recovery schemes? Why some European countries like Finland should be alone in asking collaterals for their contribution to the stabilisation of weaker economies?
The essential political point is simple: united we stand, divided we fall. If we foolishly play with European solidarity and integration, we are playing with our mutual assured destruction, partition and subjugation. A soft one, but nonetheless a real one. And frankly a master is a master, no matter his birth or skin colour.
We are proposing to create a European Common Goods Agency where the assets of indebted countries are transparently, efficiently and equitably managed until the countries in distress can reclaim them. This agency shall be public or predominantly public and must take decisions that couple industrial policy choices, good management and the public interest of European people, not just countries.
It will be the collective guarantee for the support that only Europeans can realistically have the interest to give each other. Purely financial solutions will not solve a problem that consists in the lack of political direction and social vision at continental level. This is a choice of political economy, it is consistent with the WHOLE logic and ideology we have exposed before and it is the best guarantee that we can offer to international “markets” because is shows our common resolve in pulling us out by our combined effort.
Controlled default
We believe that is important that debts are honoured, because this is one of the basic measures of trust in any global system, but we disagree strongly with any old or new version of debt bondage. Since, until 2006, the classic economic consensus was that debts had not to be repaid, but just rolled with new and more sophisticated ways, we draw the consequence that debts are not an absolute entity, but they can be negotiated.
If some country wants to play hard, there is no problem, but just a prisoner's dilemma: shall we co-operate and bargain or shall we die together? When a continent is faced with debt bondage, it has not much to lose.
The important thing is that we do not allow single countries to default, but we negotiate the default as the whole Euro zone, and this is something with evident advantages precisely for the AAA countries. By the way these countries, instead of dreaming about a suicidal NEURO (New Euro), could already work to create a common fiscal area that would re-start the enlargement process on a new basis.
Pop economy
Economies do no fall from the sky, they are the product of concrete social, cultural and political interactions. This turbo-capitalist economy is ending its cycle after 30 years and it is time to imagine a new world, where brute property is overcome by the concepts and practices of sharing and swapping.
It is not the immediate solution to this crisis, the Thermopylae of our times, but it is the perspective of a new, WHOLE society and way of life.
Sfoglia
dicembre